di Edilberto de Angelis

Maledetta festa della donna. Andrebbe abolita, perché si basa su cose false e idee sballate. Fu inventata da una socialista, per ricordare le operaie americane (mai) perite nel rogo di una filanda di Chicago. Una balla colossale, che da allora non ci siamo più levati dai coglioni. Tanto da farla diventare un evento culturale, in cui celebrare, attraverso concerti, libri e convegni noiosissimi, il cui tema non interessa nessuno, l’orgoglio femminista. Un ridicolo rincorrersi di frasi fatte e volti più o meno noti. Un’esplosione di banalità, luoghi comuni e pressapochismo, cucinati in salsa femminista, per ricordare che se la donna è libera lo deve allo Stato, che negli anni ha fatto tanto per l’emancipazione femminile, rimuovendo ostacoli con le cosiddette azioni affermative, tipo quote rosa, sussidi per l’imprenditoria femminile, leggi sul femminicidio, eccetera, eccetera. Un turbinio d’imbecillità stataliste, che si potrebbe fermare in un solo modo: ricordando che le donne, in questa parte di mondo libero e civile, che poi è quello che coincide con la civiltà cristiana, si sono emancipate solo grazie al libero mercato. Perché il mercato è l’unica fonte di emancipazione. Perché il mercato oltre a creare ricchezza e liberare dal bisogno, anche dei mariti, è impersonale e quindi non si cura del fatto se sei maschio o femmina, bianco o nero, gay o etero. Se sei un cliente il venditore vuole solo sapere se hai il denaro sufficiente per lo scambio. Se sei un impiegato il datore di lavoro vuole che il lavoro sia fatto bene, e non gli importa del sesso o dei gusti di chi lo svolge, gli importa solo che sia un buon lavoro. Per cui se la festa della donna la vogliamo conservare, proprio in omaggio a ciò che ha reso le donne davvero libere, ossia il mercato, che sia solo ed esclusivamente una festa consumistica, che dovrà servire a far contenti solo chi festeggia, magari in ristoranti e night club, con tanto di spogliarellisti arrapati, e chi fa festeggiare. Sarà sicuramente meno noioso e deprimente di quanto si vede abitualmente nei convegni di quei club che fanno finta di essere associazioni culturali.