di Anton Giulio Madeo

Ci spiace dirlo, soprattutto per chi ci ha creduto veramente, ma l’antimafia non tira più come strumento di lotta politica. Ha perso smalto e credibilità. Se ne volete la prova pensate a tutti quei coglioni che, qui a Corigliano, nei mesi scorsi, dopo l’insediamento della commissione prefettizia antimafia, si sono armati di penna e trombone per cantare la mafiosità del sindaco Geraci. Pensate a quelli che vedevano la mafia al Garopoli e le coppole dentro ogni ufficio comunale. Pensate ai tanti imbecilli, che finalmente vedevano finire in qualche fascicolo della procura le loro trame, le loro farneticazioni, le loro frustrazioni, il loro rancore sociale e personale, i loro cattivi pensieri sull’amministrazione di questa città. Pensate a quei politici che, felici e contenti, c’erano cascati, pensando di liberarsi di Geraci non con la lotta politica, leale, che non sanno fare, ma coi soliti metodi manettari. Che cosa resta di quella mafia? Nulla. Tutto azzerato, tutto archiviato dalla commissione speciale inviata da Minniti giusto un anno fa. Una vera e propria beffa per i professionisti nostrani dell’antimafia, specie se si considera che lo stesso Minniti, in questi giorni, ha diffuso una relazione, di ben 75 pagine, con cui ha spiegato che a spingere per lo scioglimento, per infiltrazioni mafiose, di ben 12 comuni calabresi (e a metterne sotto sorveglianza altri), sono stati alcuni “segnali spia”, utilizzati dal Viminale per “configurare la permeabilità di un’amministrazione comunale alle infiltrazioni delle cosche”. Gli stessi segnali (come il disordine contabile e finanziario, l’assenza o l’inadeguatezza di regolamenti comunali, la mancanza di rigore e di controllo nell’affidamento dei lavori pubblici e negli appalti, la mancanza di strumenti di pianificazione urbanistica, di trasparenza e di comunicazione ai cittadini) che hanno consentito al comune di Corigliano (attenzionato perché già sciolto per mafia nel 2010) di superare a pieni voti l’ispezione di Minniti, dimostrando così di essere guidato da una delle migliori amministrazioni della Calabria. Uno smacco per quelli, che stavano anche nella maggioranza dello stesso Geraci (tipo quel grosso lemure che voleva portare il sindaco da un parlamentare calabrese, per avere chissà quale protezione politica nel caso si temesse lo scioglimento), pronti a spendersi, con i petti in fuori, non per la città e le sue istituzioni, per il loro sindaco, ma per amplificare ogni vocina inquisitoria, per conferire dignità politica a ogni sussulto manettaro (che temevano come la peste), per alzare in quattro e quattr’otto i palchi della gogna e macinare lassù carrettate di indiscrezioni e di intercettazioni, di linciaggi e di sputtanamenti a uso e consumo loro e delle consorterie cui appartengono. Un successo, invece, se si pensa che a fronte di tante città della Calabria, sottoposte a controllo dal Ministero dell’Interno, e poi sciolte per mafia, che sono diventate scenario di patti scellerati tra pezzi dello Stato e boss di ndrangheta, c’è una Corigliano sana, virtuosa, che è riuscita a produrre, con Geraci, unico e solo protagonista di questa rinascita, gli “anticorpi” per essere immune da ogni tipo di infezione o contaminazione mafiosa. E’ un’incorruttibilità assoluta, di cui si sono accorti tutti, tranne i pochi cretini che hanno abbozzato, anche in presenza di cronisti giudiziari di frontiera (de La Gazzetta del Sud, ad esempio), che commentando la relazione di Minniti hanno indicato proprio nel buon governo della città di Corigliano il segreto per difendersi dalla mafia. E’ ovvio che ciò rappresenta il totale fallimento dei professionisti dell’antimafia e con loro di quel mondo, generato dall’onda lunga giustizialista del ’93, che con il vecchio sistema dei partiti ha spazzato via lo stato di diritto, per instaurare una specie di supplenza della classe dirigente mediatico-giudiziaria. Così, di fronte all’antimafia che si sgretola, l’imbecillità manettara che muore, il valore della politica ritorna a essere ancora più prezioso, specie per chi vuole giocare quella carta proprio sul banco sempre verde della politica. Ecco perché, oggi, essere semplici antimafiosi non è più sufficiente. Per conquistare spazio in politica bisogna puntare sulle idee, sui valori, sui progetti, sulla ricostruzione delle condizioni del buon governo democratico, sulla restaurazione delle libertà civili e del rispetto loro dovuto, sulla reinstaurazione di un principio di legalità e di legittimità nell’esercizio del potere, sul mettere fine al ciclo lungo dell’incompetente carogneria che punta a vittorie elettorali nichiliste, spiegabile e inspiegabile ma straordinariamente simile a quel che siamo stati, a quel che siamo, a come ci siamo ridotti. Quando accadrà tutto questo, è probabile che la politica correrà verso di te. O per fermarti, o per offrirti come trofeo a un elettorato sempre più grande e sempre più bisognoso di punti di riferimento certi e di nuove bandiere. Lunga vita alla politica. Lunga vita a Geraci e ai suoi anticorpi antimafia.