Redazione

E’ fuor di dubbio che la partecipazione, cui assistiamo già da tempo, di alcuni giovani alla vita politica di questa città sia positiva. Ha acceso una luce in più sulla questione giovanile, sia perché ha rivelato che molte definizioni sui nostri ragazzi sono superficiali sia perché quando un gruppo rivendica per se maggiori spazi vuol dire che i politici fino a ora l’hanno ignorato. A dire il vero l’idea che un gruppo di giovani decida di dedicare un po’ del proprio tempo alla vita pubblica, magari tralasciando attività effimere, ha un suo fascino, poiché dimostra che esiste una certa sensibilità anche in una categoria spesso ritenuta indifferente e poco affidabile sul piano politico e socio-culturale. Quel che purtroppo affascina meno di questo impegno sono i contenuti del dibattito, spesso avvilente e inconcludente, specie quando si utilizzano ancora slogan e argomenti della vecchia politica. Infatti, leggendo o ascoltando gli interventi di questi ragazzi si scopre che il loro pensiero è un ossimoro, poiché mentre rivolgono molte attenzioni alla questione anagrafica, del tipo siamo giovani perciò siamo anche bravi a governare con idee nuove, nello stesso tempo utilizzano ancora le vecchie categorie della politica, quelle stataliste per capirci, la cui carenza, secondo loro, essendo responsabile dell’arretratezza del nostro territorio dovrebbe essere colmata immediatamente dallo Stato: magari da uno Stato più efficiente, ma sempre dallo Stato. Certo, non c’è nulla di male ad affrontare argomenti così seri, ma per farlo bisognerebbe studiare un po' di più e utilizzare idee e linguaggi nuovi, freschi, liberali, adatti ai giovani, appunto. Il dramma, invece, è che i ventenni, i trentenni e anche i quarantenni di oggi usano ancora il linguaggio vecchio e statalista del secolo scorso, quando si pensava che lo Stato (o in generale l’intervento pubblico) invece di distruggere ricchezza e occupazione le creasse, per colmare il divario (magari infrastrutturale, che è una grossa sciocchezza in epoca di terziarizzazione) che il Sud ha accumulato nei confronti del resto del Paese, che intanto è ancora aumentato. Sarebbe bello, invece, se questi ragazzi avessero le capacità di cambiare la visione della politica, indicando proprio nell’invadenza dello Stato (e della politica) la vera causa del deficit di sviluppo che ha fatto del Sud Italia l’area d’Europa più arretrata e che più penalizza proprio i giovani, spogliati di diritti minimi e soprattutto di prospettive vere in un’economia moderna. Io penso che sia giusto, a volte, che le illusioni giovanili di cambiamento possano scontrarsi con la realtà. Trovo però incredibile che i nostri ragazzi vivano nell’illusione che basti più stato per dare un futuro certo e stabile e avere un territorio migliore. Penserete che stia sottovalutando il problema dei giovani: niente affatto, poiché so che sono quelli più colpiti dalla crisi che sta attraversando il meridione; sono quelli che hanno poche possibilità di inserimento nel mondo del lavoro. Ma non è certamente aggiungendo una voce vecchia e idee stantie al dibattito politico che si possono risolvere i nostri antichi problemi. La vera sfida generazionale deve essere una sfida di modernità, di libertà e d’intrapresa, deve essere esempio di rottura degli schemi del passato, anche prossimo. Così per sottrarsi a una condizione di minorità o di dipendenza dalla carità pubblica, che rende tutti pezzenti e schiavi, i giovani dovranno convincersi che occorre rivendicare più libertà, più responsabilità, più concorrenza e più rischio (d’impresa) in ogni settore della nostra vita pubblica e privata. Che deve essere smantellato quel sistema statalista (criminale e criminogeno) che fa comodo tenere ancora in piedi solo a una vecchia classe dirigente dal cui linguaggio (imitato dai giovani) sono stati banditi capacità, responsabilità, intraprendenza e competizione. Ecco perché il futuro si dovrà guardare nell’ottica liberale di drastica riduzione della dimensione dello Stato (rendendolo forte solo lì dove serve: sicurezza, giustizia, controlli), di una nuova fiscalità (no tax area), di un nuovo welfare (capace di creare più spazi per il privato in settori come la previdenza, la scuola e la sanità), di nuove forme di sicurezza e legalità, di concorrenzialità e libero mercato (più impresa, anche nel mondo delle libere professioni), di nuove politiche del lavoro, dell’ambiente e del territorio (ecologia di mercato e città private). E’ battendo su queste cose che il fattore generazionale avrà una portata rivoluzionaria, altrimenti se i giovani insisteranno ancora su cose vecchie allora stiamo solo perdendo tempo, sia per le richieste in sé, che sono ridicole e uguali a quelle di chi li ha preceduti, sia perché il modello di società che hanno in mente è già morto prima ancora di nascere. I giovani sono stati sempre temuti, e quindi emarginati, perché rappresentando il nuovo hanno costretto le vecchie generazioni a farsi da parte o a mettere da parte le vecchie idee che hanno incatenato la discussione politica in questo e in altri territori. Se vogliono crescere per davvero devono da subito mettere da parte tutto ciò che è già morto, perché loro sono la vita. Prima lo faranno meglio sarà, per tutti.