di Edilberto de Angelis

In questa regione c’è un giornale pronto a dichiarare, specialmente dopo la mega manifestazione per il Sud, organizzata dai sindacati unitari a Reggio Calabria, che la questione meridionale è uscita dai radar della politica nazionale. Ed è il Quotidiano del Sud, il quale, però, quando cerca di riportare la spinosissima questione del divario Nord- Sud al centro del dibattito politico, magari facendo da grancassa ai leader nazionali dei sindacati o a politici e intellettuali più o meno noti, commette due grossi errori: dà troppo spazio a questioni meno importanti se non marginali, come la solita mancanza di infrastrutture (a cominciare dai treni ad alta velocità) o la difficoltà a utilizzare i fondi comunitari, e affronta la cosiddetta autonomia differenziata, chiesta da alcune regioni del Nord, e sbrigativamente liquidata come secessione dei ricchi, in maniera sbagliata e forse superficiale, poiché, agli “egoisti” cittadini settentrionali, fa notare che il Sud di risorse ne riceve ben poche, essendo in credito di ben 61 miliardi (se si considera la spesa pubblica allargata, che riguarda anche le amministrazioni periferiche dello stato), che, per via della riforma Calderoli non ancora attuata e che prevede il passaggio dalla spesa storica ai fabbisogni standard, sono dirottati verso il Centro-Nord. E’, come sappiamo, una questione arcinota, sulla quale, forse perché trattata poco e male, è necessario fare chiarezza, partendo da alcuni dati. Intanto, le regioni meridionali, in cui risiede un terzo della popolazione italiana, producono un quarto del PIL nazionale e hanno quasi la metà dei disoccupati italiani e i due terzi dei cittadini poveri, secondo la definizione di povertà relativa. Ma, se guardiamo il bilancio pubblico, ci accorgiamo che da sempre c’è un travaso di risorse pubbliche, da Nord a Sud, dovuto a un meccanismo molto semplice: le entrate tributarie sono correlate al reddito dei contribuenti, che è strutturalmente più basso al Sud, mentre la spesa pubblica generale è uniforme nel paese, poiché essa intende fornire a tutti i cittadini lo stesso livello di servizio pubblico in tutti gli ambiti (a cominciare da sanità, istruzione e giustizia), anche indipendentemente dalla ricchezza o povertà dei cittadini medesimi e anche volendo tener conto dello “scippo” dei 61 miliardi che il Sud subirebbe da parte del Nord. Succede, però, che, al di là delle cifre, questo meccanismo redistributivo fra aree del paese abbia funzionato poco e male, a causa di una gestione dei servizi pubblici che, anche a parità di risorse finanziarie, è molto peggiore al Sud che al Nord. Questo dato di fatto contribuisce a perpetuare la minorità del Sud, insieme con (anzi, determinando) la più bassa capacità di attrarre investimenti, fare impresa e produrre beni e servizi con efficacia competitiva. Infatti, se settori quali la sanità, l’istruzione e la giustizia (cha al Sud, e in Calabria in particolare, sono i peggiori d’Italia se non d’Europa, nonostante il numero di medici, insegnati, giudici e cancellieri al Sud sia in media superiore al resto del paese) funzionassero meglio, ci sarebbero più imprese insediate al Sud e più imprese che funzionerebbero meglio. Ma, ci chiediamo, da cosa dipende tutto ciò? La risposta è una sola: è un problema di classi dirigenti, le quali, al Sud, essendo, per motivi, anche storici, che non staremo qui a elencare, peggiori di quelle settentrionali, per far sviluppare i loro territori allo stesso livello di quelli del Nord, non hanno bisogno di altro denaro, ma di migliorare il proprio livello culturale e morale, magari grazie a un elemento che i meridionali hanno sempre trascurato se non ignorato: la concorrenza istituzionale, quella basata su un sistema politico capace di sostenere un progetto federalista forte, competitivo (rispetto al quale il regionalismo differenziato è acqua fresca), in grado di rilanciare il Mezzogiorno e riportarlo al centro del dibattito politico. L’idea, banalmente, sarebbe questa: se si vogliono migliorare i conti pubblici si devono abbattere i costi dello stato. E uno dei modi migliori per farlo è quello di ridurre trasferimenti e spesa pubblica, e nello stesso tempo snellire l’apparato politico-burocratico con l’abolizione di alcuni costosissimi enti intermedi (di spesa folle), che stanno tra lo stato centrale e il cittadino, a cominciare, però, non dalle province, come si è sempre pensato, ma dalle regioni che, sostituendo a un centralismo statale asfissiante un centralismo regionale ai limiti della criminalità, sono diventate il vero centro dello spreco e del malaffare e del malfare nazionale. Al loro posto dovrebbe esserci un unico ente intermedio (che, se vogliamo, potrebbe essere anche la vecchia provincia napoleonica), al quale riconoscere potestà legislativa esclusiva in tutte le materie che gli sarebbero attribuite. Tra queste le più importanti dovrebbero essere: la sanità, l’istruzione a tutti i livelli, una parte della giustizia e dell’ordine pubblico, la previdenza, l’assistenza sociale, la politica fiscale e l’assetto istituzionale di ogni singolo ente. Il vantaggio sarebbe che le dimensioni di questo ente sarebbero sufficientemente grandi, in modo da ripartire il costo principale del suo funzionamento su un numero adeguato di persone, contenendolo, e sufficientemente piccole per consentire un controllo efficace dei cittadini sulle decisioni politiche locali. I vantaggi, soprattutto per il Sud, ad avere enti territoriali e decisionali intermedi più piccoli sarebbero notevoli. Infatti, tutte le istituzioni che avrebbero il potere di tassare e regolamentare la proprietà e la vita dei cittadini, sarebbero sottoposte a due regole fondamentali: al principio di concorrenza tra gli stessi enti e al fatto che le decisioni, soprattutto le più importanti, sarebbero prese sempre dall’ente più vicino al cittadino, aumentando così il controllo di quest’ultimo sul governo. Senza trascurare l’accettazione del principio di responsabilità da parte di tutti. Significherebbe, anche, che gli enti più efficienti, sia in termini sociali sia economici (maggiore efficienza di istruzione, sanità, giustizia, maggiore sicurezza e maggiore remunerazione degli investimenti), attrarrebbero più capitali e più residenti, mentre quelli meno efficienti li perderebbero. Ci sembra evidente che un governo locale che tassa e regola i suoi cittadini e le sue imprese più dei suoi concorrenti, sarà inevitabilmente soggetto a emigrazione del lavoro, del capitale e degli individui (quindi dei cervelli), e così condannato a impoverirsi e alla perdita degli introiti fiscali futuri. Quanto poi al controllo che il cittadino potrebbe esercitare sul governo locale, ci sembra evidente che per le popolazioni locali è molto più facile essere informati sulle decisioni che vengono prese dalla classe politica di prossimità e, inoltre, la ridotta dimensione della popolazione residente farebbe sì che la base su cui graveranno i costi delle scelte politiche sia più piccola ed il costo pro-capite delle decisioni sia più alto. E’ ovvio che un decentramento del genere, basato sul principio di concorrenza, avrebbe anche il merito di contribuire al ricambio (e al miglioramento) della nostra classe dirigente, poiché lì dove si verificassero condizioni sfavorevoli (sotto ogni aspetto) ci sarebbe una maggiore motivazione dei cittadini residenti a sbarazzarsi di chi ha governato male e ha contribuito a rendere l’ente poco appetibile sotto l’aspetto sia economico sia sociale.