Redazione

In una delle sue prime uscite pubbliche, da neo eletta governatore della Calabria, Jole Santelli ha rilanciato la tesi secondo cui per far crescere questa regione ci sarebbe bisogno dell’alta velocità. Lo ha detto con convinzione, forse perché pensa, come tanti calabresi, che le aree con collegamenti AV crescano molto di più di quelle che ne sono prive. Ma ne è sicura? È sicura che una migliore dotazione di ferrovie possa avere un forte impatto sulla crescita di una regione o, in generale, di un’area svantaggiata del paese? Perché se così fosse, avremmo già dovuto averne un riscontro che, purtroppo, non c’è. Infatti, dal completamento dell'AV a oggi di crescita ne abbiamo vista assai poca, soprattutto al Sud dove i livelli di reddito sono precipitati e non sono più risaliti al livello pre-recessione. Si può certo sostenere che senza alta velocità l’evoluzione, in alcune aree, sarebbe peggiorata ma è indubitabile che l’AV non abbia rappresentato, come ripetuto con insistenza da più parti, un “volano per l’economia”. Tale conclusione non dovrebbe stupire più di tanto se si leggono alcuni studi che tengono conto del bacino d’influenza della nuova infrastruttura. Non vi è dubbio che, anche grazie all’apertura al mercato, l’AV abbia avuto una crescita rapidissima ma non dovremmo dimenticare che essa soddisfa una piccola nicchia della mobilità. Si tratta di poco più di 150.000 viaggi al giorno. Su 1.000 italiani ve ne sono meno di 2 che salgono su un Frecciarossa o Italo. Per quanto possa essere cresciuta la produttività di queste persone che prima si spostavano in aereo o in auto o che non effettuavano il viaggio, è davvero difficile pensare che questo effetto possa avere dei riflessi evidenti sul PIL nazionale. E sono una piccola minoranza anche coloro che utilizzano i servizi ferroviari locali: secondo l’ISTAT un milione di italiani usano ogni giorno il treno. D’altra parte, se si analizza l’evoluzione della ricchezza prodotta nelle province il cui capoluogo è sede di una stazione sulla rete AV emerge un quadro assai disomogeneo. Tra il 2008 e il 2016 il PIL è aumentato del 13,4% nella Provincia di Bologna, del 3,2% in quella di Roma ed è diminuito del 3,2% a Napoli che ha fatto peggio della Campania nel suo insieme. Appare dunque evidente come il disporre di un collegamento ferroviario veloce per gli spostamenti di lunga percorrenza e di un servizio di più alto livello qualitativo per quelli locali non è affatto condizione sufficiente per garantire la crescita. Si può altresì aggiungere che il trovarsi in prossimità di una linea AV non è condizione necessaria allo sviluppo: la performance migliore tra le province italiane negli anni successivi al 2008 è quella di Bolzano il cui capoluogo dista 250 km dalla più vicina stazione AV e il cui PIL è cresciuto quasi il doppio rispetto a Milano e sei volte tanto quello di Roma (figuriamoci rispetto al Sud). Si può dunque crescere molto senza AV e decrescere avendone a disposizione in abbondanza. Dobbiamo dunque pensare, seguendo questi studi, che le infrastrutture non abbiano alcun impatto positivo sulle prospettive di sviluppo di un territorio? Certamente no, ma appare evidente che una miglior dotazione infrastrutturale non sia un elemento determinante. Occorre quindi valutare con attenzione i singoli progetti per comprendere se il costo da sopportare è giustificato o meno e non gettare al vento i soldi del contribuente prospettando inverosimili miracoli economici. Sono dunque necessarie serie analisi costi-benefici. E, considerato che una parte significativa delle ricadute positive di cui si tiene conto in queste valutazioni non ha impatto sulla produttività, si può ritenere che ben difficilmente un progetto che non superi questo esame possa contribuire positivamente alla crescita mentre è certo che, nel caso delle ferrovie, va ad accrescere la zavorra del debito. Ecco perché, in questi casi, occorre, da parte della politica, molta cautela, giusto per non illudere i cittadini con false e banali promesse, magari fatte in buonafede, giusto per non dire che se la Calabria vuole essere competitiva deve diventare autonoma e vivere di mercato e nel mercato, magari affidandosi a una classe dirigente illuminata e liberale che abbia finalmente la capacità e il coraggio di eliminare tutti gli ostacoli che rendono inagibile il mercato stesso, quali la criminalità organizzata, la cultura dell’illegalità, l’alta pressione fiscale e la bassa produttività, l’assistenzialismo diffuso, un centralismo asfissiante e una burocrazia oppressiva, inefficiente e criminale, posti e stipendi pubblici che disincentivano il lavoro privato, un pessimo funzionamento dei servizi pubblici (a cominciare dalla sanità), l’uniformità del mercato del lavoro, la mancanza di capitale sociale, il tutto condito con quel federalismo concorrenziale che potrebbe dare vitalità a un’area povera che non può decidere autonomamente su niente. Ecco, di questi argomenti la Santelli, che è di sicuro persona preparata e coraggiosa, dovrebbe parlare, perché a campagna elettorale finita la propaganda e le cazzate non pagano più.