Redazione

Gli incapaci che ci governano, a tutti i livelli, chiudono gran parte delle attività produttive, per contenere l’epidemia da coronavirus, senza pensare, prima di farlo, che bisognava dare delle certezze, per come affrontare la crisi, a chi ha abbassato la saracinesca. Perché un governo serio e appena normale avrebbe dovuto dire: le aziende chiudono ma i lavoratori avranno una certa somma, gli autonomi lo stesso e non si pagherà nessuna tassa per un certo numero di mesi. Invece niente. Qui passano i giorni se non le settimane senza che agricoltori, artigiani, commercianti, imprenditori edili, professionisti vedano un euro e soprattutto sappiano come accedere alle misure (comprese la cassa integrazione e l’elemosina dei 600 euro) che sono state pensate per attenuare la crisi del sistema produttivo. Anzi, coi suoi balordi e indecifrabili decreti il governo ha creato un’incertezza paurosa, come nel caso delle scadenze fiscali, che spingerà il popolo delle partite iva verso un crollo del proprio giro d’affari se non verso la chiusura. Una situazione preoccupante, dunque, che ci spinge, proprio per le difficoltà finanziarie delle aziende, a fare una riflessione sulla gestione dell’epidemia, che pensiamo non sia stata delle migliori, almeno per quanto riguarda la chiusura delle attività. Infatti, la decisione di fermare l’intero sistema produttivo, con l’unica eccezione dei “servizi essenziali”, non è stata solo disastrosa sul piano delle conseguenze economiche, è stata anche assurda sul piano logico: perché sospendere ogni attività produttiva, ovunque nel paese, proprio ora? Un conto è il blocco chiesto da alcuni sindaci e dal presidente della regione Lombardia, che è la più colpita dal coronavirus. Altro è estendere questa stessa decisione all’intero territorio nazionale, incluse le aree, come la nostra (dove abbiamo un presidente di regione e sindaci stranamente ancora più repressivi), che per ora sembrano reggere, le quali non potranno dare alcun contributo alla dinamica del Pil che già si preannuncia disastrosa. E’ la tipica soluzione all’italiana: un pesante divieto, temperato dalla deresponsabilizzazione dello stato e dallo scaricabarile verso le sue articolazioni locali e il settore privato. Non che manchino motivazioni nobili alla base del decreto: prevenire la diffusione del contagio e tutelare la sicurezza dei lavoratori sono obiettivi assolutamente prioritari. Eppure, sarebbe bastato un poco di impegno per trovare soluzioni alternative. Per esempio: aumentare i controlli e rafforzare le misure di sicurezza sui luoghi di lavoro. Magari, prevedendo forti defiscalizzazioni per gli acquisti di dispositivi di protezione individuale o per i contributi alle spese di spostamento dei dipendenti, nel caso in cui vadano al lavoro col mezzo privato. Legare le mani dietro la schiena a un paese azzoppato o a parte di esso più che una strategia poco intelligente è la manifestazione della totale assenza di qualsivoglia strategia. Ecco perché sarebbe il caso che dai lavoratori autonomi, che sono senza paracadute, si alzasse una voce: aiutateci e fate presto. E’ il momento che il popolo delle partite iva si mobiliti, anzi, si ribelli. E se vuole può farlo attraverso il nostro giornale, inviando messaggi di adesione all’indirizzo lostrappoquotidiano@gmail.com #aiutatelepartiteiva.