Redazione

Nel momento in cui un governo abusivo, perché non eletto dal popolo, ci nega, con atti palesemente incostituzionali e con l’intervento delle forze di polizia, la possibilità di andare a messa, quindi il diritto di culto, che è forse la più importante delle libertà individuali, il Papa, nonostante le forti critiche dei vescovi, invita “alla prudenza” e “all’obbedienza alle disposizioni affinché la pandemia non torni”. E’ una decisione sconcertante, una resa incondizionata a chi ci sta privando, attraverso una dittatura sanitaria senza eguali in Europa, delle nostre libertà fondamentali, che ha spinto molti osservatori politici a sostenere che Francesco sia diventato la stampella di Conte, confermandosi così, come dice l’ottimo Antonio Socci, “il solito traditore asservito al potere”. Una posizione forte, ma di sicuro condivisibile, che ci consente di capire che la Chiesa, oggi, vive, con questo papato, uno dei momenti più bui della sua storia millenaria. Al Papa e ai suoi estimatori, fortunatamente in caduta libera tra il popolo dei credenti, ma in crescita solo negli ambienti radical scic, consigliamo di tornare a studiare la storia, ammesso che in passato lo abbiano mai fatto, soprattutto della Chiesa, e in particolar modo la figura di Clemens August Joseph Pius Emanuel Antonius von Galen, vescovo e cardinale di Münster, che pur non venendo sufficientemente riproposta come modello di Pastore, nonostante la beatificazione avvenuta il 9 ottobre 2005 sotto il pontificato dell’immenso Benedetto XVI, sarebbe molto utile alla Chiesa di oggi, poiché von Galen fu uno dei maggiori oppositori, al mondo, del regime nazionalsocialista. E lo fece porgendo “all’arma bianca” il suo crocifisso episcopale e avendo per motto “Nec laudibus, nec timore”, ossia: “Né con lodi, né con la minaccia” si abbandona la via del Signore. Ciò che gli diede forza e coraggio, nel combattere la buona battaglia, fu il rimanere saldo nella Fede, ponendosi in profondo contrasto con le sirene politiche che allucinarono la Germania hitleriana e aggrappandosi, con una devozione tutta speciale, alla Santa Eucaristia, quindi, alla Santa Messa, quella che l’argentino Bergoglio oggi ci nega. Nel luglio del 1933, non ancora Vescovo, von Galen aveva già protestato rigorosamente contro l’assimilazione delle organizzazioni giovanili cattoliche nella Gioventù hitleriana e la sua attività antisocialnazionalista acquisì sempre più decisione. Nel marzo dell’anno dopo, in una lettera pastorale per la Quaresima, scrisse: “[…] con sorpresa bisogna pure constatare che una serie di pensieri e di concezioni che sono state elaborate dal movimento ateistico bolscevico, ora vengono riprese sotto il segno del movimento nazionale”, ammonendo che la teoria dell’asserita supremazia razziale germanica metteva in discussione le radici stesse della Fede e della morale cattolica. Di altissima levatura governativa, monsignor von Galen, conquistò i fedeli della sua diocesi. La sua statuaria dimensione fisica (un metro e novantanove di altezza) si accompagnava alla monumentale capacità pastorale che gli apportò la solidarietà della popolazione di Münster, pronta anche a ricevere le reazioni delle squadre nazionalsocialiste. Nell’ottobre del 1934 fece pubblicare una raccolta di Studi sul Mito del XX secolo, confutazione de Il mito del XX secolo di Alfred Rosenberg (1893-1946); mentre nell’omelia del 9 febbraio 1936, che tenne nella parrocchia di San Vittore di Xanten, dichiarò che “[…] nella terra tedesca ci sono tombe allestite recentemente. In esse riposano le ceneri di persone che il popolo cattolico considera martiri della fede, perché hanno dato la loro vita come testimonianza fedelissima dell’adempimento del dovere per Dio, la patria, il popolo e la Chiesa”. Durante il dominio del Terzo Reich, grande risonanza internazionale ebbero tre prediche di accesa resistenza al Governo tedesco, che von Galen tenne nel 1941: il 13 luglio, il 3 agosto, il 20 luglio. In esse denunciò le violenze dello Stato, artefice di morte e di prigionia per tutti coloro che reputava indegni di vivere, fossero cattolici, ebrei, handicappati, malati di mente, zingari, dissidenti. I nazisti pensarono di vendicarsi, ipotizzando l’arresto e l’omicidio del Pastore di Münster. Ma ebbero timore delle rivolte della popolazione cattolica, quindi si scelse, in sostituzione di tale criminale progetto, di deportare nei campi di concentramento 24 sacerdoti secolari e 18 religiosi, di cui una decina morirono martiri. Nel dopoguerra, quando la Germania era totalmente distrutta, egli continuò a essere il punto di riferimento di tutti coloro che si trovavano in stato di necessità e di precarietà. Pio XII gli conferì lo zucchetto rosso e il 18 febbraio 1946, di fronte alle macerie del duomo di Münster, il neocardinale pronunciò il suo ultimo discorso. Morì il 22 marzo di quell’anno e fu sepolto nella Ludgeruskapelle della cattedrale distrutta. Il cardinale Clemens August von Galen è stato ciò che oggi dovrebbe essere un vero ministro di Cristo: non un servitore di se stesso e del mantenimento dello status quo per il proprio beneficio di potere, più o meno importante, ma un degno servo del Sommo Sacerdote, che con la fermezza, la preghiera e la santità si oppose ai nemici della Chiesa. Egli visse e parlò da credente con intrepida franchezza, senza paura, né degli aguzzini, né dell’opinione pubblica. Quale contrasto dirompente con il Papato di oggi, desideroso di trasformare la Chiesa secondo il mondo e il proprio metro di giudizio. Un gigante, al cui confronto i Bergoglio di oggi scompaiono.