Redazione

Dunque, se abbiamo ben capito, dopo la fine del lockdown se andrà tutto bene il merito sarà del governo e del suo comitato scientifico. Se, invece, dovesse andare tutto storto, a causa di un aumento dei contagi, la colpa sarà dei cittadini indisciplinati e ovviamente delle regioni, che non avranno saputo organizzarsi e vigilare. Per cui sarà necessario richiudere tutto, con buona pace dell’economia e delle nostre libertà. Insomma, siamo nelle mani del fato e del nostro autocontrollo, che potrebbero non bastare, perché il governo ha già prorogato lo stato d’emergenza fino al gennaio 2021 e si predisporrebbe addirittura a mantenere la nostra libertà “a fisarmonica”, almeno fino alla primavera prossima. E sapete perché? L’allarme coronavirus è l’unico modo che questa maggioranza di cialtroni e incompetenti ha per restare attaccata alla poltrona. Finiremo per abituarci a questa inedita cattività per decreto? I più pessimisti già disegnano scenari distopici fondati su una povertà generalizzata socialmente perimetrata dal tracciamento digitale pubblico (se e quando arriverà) e dalla delazione privata (che siatene certi arriverà eccome, perché siamo un popolo di invidiosi e rancorosi). Dunque, un cattivo romanzo nel quale, in caso di ribellione, saremo messi alla gogna. Ma l’avvocato di Foggia e i suoi accoliti, a cominciare da er mutanda del Grande Fratello, hanno fatto i conti col popolo esasperato? Sanno che i servizi segreti hanno già allertato ministero dell’interno e prefetture su possibili rivolte che potrebbero scatenarsi tra i cittadini affamati? Probabilmente no, forse perché vivono in un altro mondo, che non è quello del lavoro, altrimenti si comporterebbero nella maniera più logica possibile: vergognarsi, chiedere scusa per i danni causati e tornare nel nulla da dove sono venuti. Certo, sarebbe un bel problema per gente senz’arte né parte, come Fofò DJ, alias Alfonso Bonafede, avvocato napoletano nominato a capocchia ministro della giustizia, nonostante non conosca la differenza tra reato colposo e doloso, come Lucia Azzolina, ministro della pubblica (d)istruzione, famosa per gli strafalcioni contenuti nella sua tesi di laurea e che in un recente intervento ha detto che lo studente non è un imbuto da riempire di conoscenza, rivoltando così le regole della fisica, come Luigi Di Maio, altro napoletano, già bibitaro dello stadio San Paolo di Napoli, oggi ministro degli affari esteri (e nel precedente governo ministro allo sviluppo economico), tra l’altro profondo conoscitore della lingua italiana, come Laura Castelli (quella che disse a Pier Carlo Padoan, economista del Fondo Monetario Internazionale e dell’OCSE, che i tassi dei mutui non dipendono dallo spread), viceministro dell’economia, ragioniera, poi laureatasi in economia, che prima di diventare parlamentare ha svolto la professione di portaborse e ha lavorato, per un breve periodo, presso un CAF, come Roberto Fico, presidente della camera, la stessa carica che ricoprirono Nilde Iotti, Sandro Pertini, Giovanni Leone, Giovanni Gronchi, solo per citarne alcuni, laureato in scienze della comunicazione con una tesi sull’identità sociale e linguistica della musica neomelodica napoletana, già importatore di tessuti e dipendente di un call-center, come Barbara Lezzi, perito industriale già ministro per il Sud, famosa per aver condannato a morte l’ILVA di Taranto e per aver detto, in alcune interviste, che il PIL del secondo trimestre del 2017 era cresciuto perché aveva fatto caldo o che a utilizzare la prescrizione sono le persone “più ambienti” o ancora che la ricerca scientifica si muove a 370 gradi, come lo stesso Giuseppe Conte, presidente del consiglio, avvocato e docente universitario, uomo di grande cultura (è quello che in uno dei suoi tanti logorroici e incomprensibili discorsi in foggiano confuse la pasqua cristiana con quella ebraica) e di grande coerenza e affidabilità, poiché quando arrivò in politica, da perfetto sconosciuto, disse di essere stato un elettore del centrosinistra, oggi vicino ai grilli perché “gli schemi ideologici del Novecento non sono più adeguati” essendo “più importante valutare l’operato di una forza politica in base a come si posiziona sul rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali”, come quelli dei milioni di cittadini italiani reclusi, senza colpa, agli arresti domiciliari sulla base di atti amministrativi illegittimi e incostituzionali, i tristemente famosi DPCM. Come tanti parlamentari, provenienti anche dalle nostre realtà, di cui non citiamo gli strafalcioni per non rischiare le pagine gialle, che quando li senti parlare sembra di essere in presenza di consiglieri comunali di un qualunque paesello di montagna piuttosto che di gente che si sarebbe dovuta occupare delle grandi questioni nazionali e meridionali. Continuate così, tanto uno vale uno.