Redazione

Provate a pensare a un regista che volesse raccontare con le immagini la vicenda del coronavirus. Ne uscirebbe un lungo film a episodi, in cui il primo, il prologo, sarebbe un po' noioso, poiché racconterebbe il periodo iniziale dell’epidemia, quando, chiusi in casa, cantavamo e c’era la condivisione festosa del dramma e tutti eravamo uniti dalla bandiera nazionale, che esponevamo orgogliosi sui balconi, e dalla convinzione che sarebbe andato tutto bene e che presto si sarebbe tornati alla normalità, nonostante avessimo una paura fottuta. Il secondo, imperniato sulla vita di tutti i giorni, sarebbe leggermente più interessante, poiché descriverebbe i disagi e le sofferenze delle singole persone, vissuti per fare cose semplici, come andare in farmacia, fare la spesa, lavorare, per quei pochi che potevano farlo, spostarsi, guadagnare qualcosa per andare avanti e quando bastava lo sguardo sospettoso di un poliziotto o di un carabiniere per farci sentire dei criminali per il solo fatto di uscire di casa. Il terzo, amaro e distopico, sarebbe di gran lunga l'episodio più interessante, perché riguarderebbe il periodo della fame e della guerra esplosa contro la rabbia istintiva di chi è arrivato al limite della sopportazione per via del lungo lockdown; la guerra, scatenata dai più deboli, dai padri di famiglia senza più reddito, dagli autonomi senza fatturato, dai lavoratori lasciati soli a morire; la guerra che scardina le regole del sistema e il cui esito il regista lascerebbe aperto, perché il dubbio sul finale, e cioè capire se si tratta di un conflitto vero o forse solo in potenza, ma pronto a esplodere alle porte della città e della società, sarebbe la parte migliore di un film di denuncia, magari nascosta dietro la deflagrazione della violenza e del conflitto.