di Raffaele Corrado

Perché i meridionali s’incazzano quando Vittorio Feltri li definisce “inferiori”? In fondo il direttore di Libero ha spiegato che con la sua provocazione non voleva offendere nessuno, non trattandosi di razzismo, ma della semplice constatazione che il Sud, avendo tutti gli indicatori economici negativi, è economicamente inferiore al Nord. E allora, perché questa reazione scomposta? Dove si origina la rabbia del Sud nei confronti di qualunque settentrionale che abbia, anche a giusta ragione, come nel caso di Feltri, qualche riserva sulla società meridionale? Fino a poco tempo fa pensavo che la suscettibilità del Sud fosse dovuta alla difficoltà di tanti meridionali a capire, forse per cultura e mentalità, le ragioni del Nord, a cominciare da quelle che spingono, oggi, i suoi imprenditori e i suoi politici, che ben li rappresentano, a voler affrettare la fine dell’emergenza coronavirus per tornare subito al lavoro, che, dicono, forse vale più della vita. Una mentalità, bisogna dirlo, condizionata anche dai tanti pregiudizi, dai tanti luoghi comuni, dal razzismo e dalla sospettosità antica con cui i meridionali pensano il Nord, di cui, mio malgrado, sono diretto testimone se non vittima, sin da quando, circa vent’anni fa, decisi di vivere e di far vivere la mia famiglia tra Corigliano e Milano. Una decisione che proprio per via dei pregiudizi molti miei amici e parenti (questi ultimi di una stupidità abissale) non condivisero, anzi, l’avversarono apertamente, anche con una certa rabbia, poiché ritenevano irrazionale lasciare il calore e l’aria pulita della Calabria per andare a vivere, una parte dell’anno, in una città fredda, caotica e soprattutto inquinata dallo smog, dal denaro, dalla corruzione e dall’effimero. Non per niente, mi dicevano, Milano è la capitale della moda e dell’aperitivo, è la Milano da bere di Craxi, è la città di Mani Pulite, è la città della sanità dei privati e quindi dei ladri. Insomma, era un’avversione inspiegabile, che avvertivo quando, dopo i miei soggiorni milanesi, incontrando gli amici, molti dei quali conoscevano Milano solo di sfuggita, mi sentivo dire come riuscissi a sopportare, per tanto tempo, il clima freddo di quella città e quella nebbia merdosa che prima o poi avrebbe finito per uccidermi. E poi, quella gente, così fredda e stressata, indifferente, egoista, inospitale, che va sempre di fretta e pensa solo al lavoro e al denaro e che se la incontri sul pianerottolo di casa manco ti saluta. Per non parlare del traffico e dell’inquinamento, che bruciano cuore e polmoni e della sanità che se la vuoi di qualità la devi pagare. E a niente valeva dare, a queste stupide ramanzine, risposte che superassero i luoghi comuni, le dicerie, visto che a Milano ci vivevo per una parte dell’anno e qualche informazione di prima mano dovevo pure averla. Tutto era inutile. Restavano della loro balorda opinione, anche quando cercavo di spiegargli che Milano, da decenni, non è più così, che il clima è cambiato anche lì e che nebbia e pioggia spesso sono solo un ricordo, che lì la gente vive più a lungo forse perché è molto cordiale, gentile, solidale, generosa, che il traffico non è caotico poiché i trasporti pubblici funzionano, che la sanità, anche nei centri d’eccellenza, non la paghi e che la gente più che al denaro pensa alla qualità della vita, infatti Milano ha il record di parchi pubblici ed è la città al mondo che ha più musei in rapporto alla popolazione e all’estensione territoriale. Per non parlare, poi, della musica, con il teatro d’opera più importante del mondo. Niente, anche l’evidenza era negata, bandita. E quando chiedevo una spiegazione che non fosse un’idiozia, una banalità o un luogo comune, non mi davano risposta e magari s’incazzavano pure per la mia sfacciataggine nel difendere l’indifendibile. Così, col tempo, mi ero abituato e rassegnato a subire quest’incomprensibile ostilità, forse dovuta alla natura del meridionale, da sempre incattivito e diffidente col nordista che l’avrebbe aggredito, depredato e affamato sin dai tempi dell’Unità. Pensavo anche, ispirandomi a qualche grande intellettuale, “che soltanto ai lombardi dovrebbe essere consentito scolpire odiografie per la propria terra”. Poi, però, col coronavirus è cambiato tutto, compreso il modo di percepire la realtà, per cui mi è stato facile capire che quell’avversione e quell’ossessione più che a pregiudizi e a ignoranza fosse dovuta all’odio e all’invidia che i meridionali nutrono verso Milano e la Lombardia, realtà troppo vincenti, “che sono un pezzo di paese che sembra un altro paese” come li ha definiti Raffaele Cantone. Il loro successo, la loro produttività, la loro ricchezza e il loro grado di civiltà e di cultura anche se attraggono e stimolano l’immigrazione dal Sud, soprattutto di giovani decerebrati, che giù al Sud non saprebbero che cazzo fare o cosa studiare, visto il basso livello dell’occupazione e delle università, al tempo stesso accrescono il rancore e l’odio della gente meno fortunata o meno impegnata a favorire lo sviluppo, economico e culturale, del proprio territorio. Quindi, a molti meridionali non è sembrato vero poter sfruttare le disgrazie del Nord, dovute all’epidemia, per gridare che esso è in fondo come noi, in forte difficoltà e da settimane seppellisce i propri morti, come se il virus fosse stato progettato e realizzato nelle fabbriche o nei laboratori milanesi o bergamaschi. Sta di fatto che certe falsità hanno attecchito per viltà e desiderio di rivalsa nei confronti di una popolazione civile, colta e laboriosa. E’ una lotta stupida basata su un principio volgare ma molto diffuso al Sud: mal comune mezzo gaudio. Ecco perché, a questo punto, consiglierei al sindaco di Milano e al presidente della Lombardia, di non far più rientrare tutti quei meridionali ingrati che il 7 di marzo sono fuggiti dal Nord per far rientro nelle loro case, dimostrando così disinteresse sia verso la loro terra, che avrebbero potuto infettare, sia per la terra che li ha accolti, che avrebbero potuto aiutare in un momento terribile. Che, ora, a istruirli e a sfamarli siano i loro governatori, a cominciare da Vincenzo De Luca, presidente della Campania che, con sprezzo del ridicolo, ha detto, qualche giorno fa, che se il Nord dovesse aprire troppo presto chiuderà i confini della sua regione. Spero anche a costo di rinunciare ai turisti milionari che vanno a Capri e a Ischia e ai miliardi del residuo fiscale del Nord, che gli danno la possibilità di pagare gli stipendi dei suoi dipendenti, a cominciare dagli addetti alla sanità, nonostante ogni anno migliaia di campani vadano a farsi curare negli ospedali della Lombardia. Quelli dei privati ladri, per intenderci.