di Raffaele Corrado

Nel 2001, dopo l’elezione a sindaco di Battista Genova, per la prima volta partecipai, da consigliere comunale, alla maggioranza politica che guidava la città di Corigliano. E se qualcuno, in quel periodo, mi avesse chiesto cosa avrei (o avremmo) voluto fare, avrei parlato per mezz’ora. Oggi non saprei che dire: perché oggi pregiudiziale al parlare di qualsiasi argomento è avere un sindaco e, in consiglio, una maggioranza e un’opposizione diversi. Infatti, di cosa si potrebbe parlare con chi, privo d’idee, ha contagiato città e consiglio con il nulla, con il rifiuto d’ogni forma di dialogo e di confronto (soprattutto con la città), con chi ha ucciso la politica e abolito la democrazia? E dall’altra parte, con chi ha sostituito il dialogo e la progettualità politica con le contumelie e i pregiudizi. Allora, nel 2001, pur con tutti i limiti, anche culturali, di una coalizione eterogenea, sapevamo parlare di riforme perché sapevamo come farle: prime fra tutte portare al traguardo, in nome della continuità, una variante al PRG, voluta dalla precedente maggioranza, guidata da Giuseppe Geraci, che con meno cemento e più spazi per i cittadini (strade, parcheggi, verde) aveva l’ambizione di cambiare il volto della città e renderla migliore, un piano spiaggia che mettesse ordine al caos di Schiavonea, un piano colore per ridare dignità e bellezza al centro storico, un piano commercio per dare regole a un settore fuori controllo, un piano di zonizzazione acustica per combattere il rumore, un piano di protezione civile per meglio affrontare le avversità, uno statuto e dei regolamenti per favorire la crescita economica del territorio e la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Fu l’inizio di un percorso (e di un metodo) che, seppur tra alti e bassi (infatti, non tutto andò a buon fine), ebbe risultati in parte straordinari, che oggi, purtroppo, devo constatare è stato distrutto non solo da una parte di personale politico che stava al governo della città già in quel periodo, ma soprattutto dagli ultimi arrivati, che non riescono a capire quanto sia importante un percorso, anche difficile e accidentato ma esaltante, di riforme. Per cui non solo la città è stata restituita al caos precedente (oggi aggravato dalla fusione), ma si sono tarpate le ali a qualsiasi forma di dibattito, forse perché mancano nella classe dirigente le idee e le basi culturali e politiche per poterlo alimentare. Insomma, penso abbiate capito che qui l’unico modo per lanciare la città unica, sia proprio quello di ritornare alla politica e ritrovare con passione lo spirito riformatore di quel periodo, magari mettendo al centro del dibattito questioni essenziali quali l’urbanistica, l’economia e la cultura e non dimenticando che in politica è necessaria una dote che, purtroppo, oggi hanno in pochi: l’umiltà, che, come ha detto di recente il Nobel Mario Vargas Llosa, in politica è più importante della creatività. E qui il pensiero non può che andare ad Adam Smith, citato tra l’altro dallo stesso scrittore peruviano, il quale scriveva che ciò di cui i paesi hanno bisogno per progredire può diventare parte della cultura comune, e produrre quindi effetti duraturi, solo a condizione che si radichi nella società. Ecco perché dovranno essere le riforme ad adattarsi allo stato delle cose, e non viceversa, magari attraverso un dialogo costante tra la classe politica e la città, quella vera, che lavora, soffre, suda e s’incazza. E’ l’unico modo per decidere se vogliamo essere una città ricca e progredita oppure no. Ostinarsi a non farlo è un’aberrazione di cui un giorno finiremo per pentirci.