Redazione

Ristorante Cinque Gradini dentro e fuori, a distanza di circa un anno. Cena fuori nell’estate 2011: seduti in terrazza su comode ed eleganti poltroncine di vimini occhieggiamo il mare e un giardino illuminato a candele, dove la famiglia Mollo, titolare del ristorante, organizza eleganti banchetti, che sembra quello di un’aristocratica villa inglese. Pazzotica disarmonia, visto che siamo a Corigliano, profondo Sud, provincia cosentina. Ci servono degli spaghetti alici mollica di pane e pepe rosso, trattoriose e comunque salutari, che per gli occhi sono troppi, per il palato sono troppo pochi (una vera goduria). Il baccalà con patate e le alici “arriganate” che seguono sono piatti tipici della cucina locale che l’antica saggezza marinara ci insegna a preferire a qualsiasi altro piatto, almeno per ora. Buoni i contorni di verdure, idem frutta dolci e gelato, tutti rigorosamente del posto. Cena dentro nella fredda primavera 2013. La sala è bella, i lampadari pure e i quadri di Gigino Aragona ci tentano al punto che vorremmo portarli a casa, così come le splendide foto della Sibaritide, che fanno da separè tra i tavolini grandi e apparecchiati elegantemente e che stanno lì a ingigantire ancor di più la faccenda. La lista dei cibi è ricca e sempre aggiornata. Buoni i paccheri pescatrice e melanzane, specialità della casa, anche merito della cuoca, zia Maria, e della materia prima, sempre fresca e di prima scelta. Così come splendido è lo scorfano (o in alternativa la gallinella di mare) in umido con pomodorini di Pachino e vino bianco. Una gioia per il palato. Comprendiamo benissimo che qui gli ingredienti siano ultraterritoriali (ad esempio il pesce del vicino mar Ionio), ma trovare anche dei paccheri pesto mandorle e gamberoni viola di Schiavonea non è cosa facile. Forse omaggio anche alla cucina genovese, dopo quella, minima, ai prodotti siciliani. La lista dei vini è messa bene: tutti calabresi, in gran parte gaglioppo rosso. Perciò, non resta che farne stappare uno proveniente dalle Cantine San Francesco di Cirò. Il dessert (offerto) è a base di “crustoli” miele di fichi o d’api, questa volta di produzione propria, che ci strappa uno dei tanti sorrisi dell’intera serata. E meno male che non abbiamo ordinato i piatti di carne: ci sarebbero arrivate altre delizie, come il maialino nero con le fragole che si scioglie in bocca. I formaggi, anzi i caci calabresi, vengono serviti assieme alle inevitabili marmellatine di arance. Ci congediamo che è già tardi, ma con la convinzione di dover tornare in un posto così delizioso.