Viva il popolo produttivo!

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23 Mag 15
Scritto da Letto 7165 volte
Pubblicato in Prima Pagina

Vi è una cosa che mi infastidisce molto nelle discussioni politiche in cui sempre più raramente m’intrattengo: ed è quando qualcuno a cuor leggero addossa la colpa della crisi economica e sociale che stiamo attraversando alla gente, che essendo troppo ignorante dicono sia convinta di vivere nel migliore dei mondi possibili, quando in realtà non si accorge di sopravvivere, perché drogata dai finanziamenti assistenziali, in un sistema reso inefficiente e corrotto da troppo statalismo.

 

Molte sono le persone convinte che sia una mancanza di carattere culturale a far desiderare ai coriglianesi (e ai meridionali in generale) un modello socio-economico impoverente, elemosiniere, assistenziale, poco liberale, che pur sembrando fonte inesauribile di benessere, rende tutti pezzenti e schiavi, poiché disincentivando il merito, lo spirito d’intrapresa, il lavoro, la concorrenza, il libero mercato, la ricchezza (degli altri) invece di crearla la distrugge. In realtà è vero l’opposto.

Basta conoscere un minimo le cose del sud, almeno degli ultimi trent’anni (e cioè da quando con le tasse del nord produttivo si finanziavano i redditi del sud che così alimentavano la domanda di beni prodotti al nord), per rendersi conto che lì dove è maggiore il livello di cultura, più grande è la voglia di lasciare così com’è un sistema che col suo elevato tasso di statalismo impedisce al sud di diventare territorio sviluppato. Infatti, qui al sud, venerare questo stato e il suo sballato modello economico è esercizio riservato alle classi dirigenti e quindi proprio a chi più ha studiato. E, considerate le nostre scuole, autentiche fucine di pensiero acritico e statolatria ai bordi del delirio, non potrebbe essere altrimenti. 

Lo statalismo, coi suoi riferimenti assistenzialistici, è la cifra unica ed esclusiva del problema del meridione, ed è la scelta, il sogno e l’illusione delle classi dirigenti, con in testa i politici, non della povera gente. Le colpe del disastro che stiamo vivendo sono tutte da imputare alle élite e ai suoi manutengoli, che da anni impediscono al sud di diventare territorio ricco e produttivo a causa del sentimento antimercato che sta alla base delle loro scelte politiche sciagurate. Ed è un sentimento che viene da molto lontano: esattamente da quando la classe dirigente meridionale capì che poteva assicurarsi dei grossi vantaggi, soprattutto in termini di consenso oltre che economici, solo orientando le risorse statali che finanziavano, coi soldi delle tasse dei territori più produttivi, un sud senza mercato privato. Ecco perché l’idea di ridurre i soldi assistenziali affidando lo sviluppo del territorio a soluzioni di mercato faceva (e fa) inorridire i politici (ma, in generale, tutta la classe dirigente che dagli aiuti di questi dipende) del sud. E questa esaltazione delle potenzialità dello Stato assistenziale ha quasi due secoli: il pane delle “classi colte” meridionali è una specie di “religione civile”, una statolatria selvaggia, alla quale gli umili offrono omaggi certo, ma solo nella speranza di essere in qualche modo favoriti, foraggiati. Perché se le cause più importanti della ricchezza e dell’indigenza dipendono in ultima istanza dall’individuo, è anche vero che questi è il prodotto della cultura che ha a disposizione e dalle strutture politiche in cui agisce.

Perciò, è ora che la si finisca con “i meridionali son fatti così”. Uscite fuori dai luoghi comuni e vi accorgerete che il guaio vero sono gli abitanti colti, i più indottrinati e indottrinanti. Soprattutto quelli che si proclamano liberali, coloro i quali continuano a ripetere “lo Stato deve fare poche cose e bene”, ma non parlano mai del fatto che ne fa molte e male, giacché l’analisi della realtà è esercizio di bassa manovalanza. Solo all’uomo comune dobbiamo tutta la ricchezza e le opportunità di benessere ancora (per poco) esistenti. Tutto questo è stato reso possibile dalle donne e dagli uomini umili in condizioni di quasi impossibilità concreta. In breve, considerando i politici e gli intellettuali che hanno assunto la leadership da un po’ di anni a questa parte, non si può che ammirare profondamente il popolo produttivo. Finché regge.

Ultima modifica il Sabato, 23 Maggio 2015 21:05
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