Redazione

Allora, partiamo dalle cronache degli ultimi giorni: apri i giornali e leggi, da Nord a Sud, di gravi crimini commessi da persone pluripregiudicate. Se ne potrebbero citare a bizzeffe di casi del genere, ma servirebbe a poco, solo a far aumentare rabbia e senso d’insicurezza, che ormai sono altissimi, e di sfiducia nei confronti dello stato, che lascia troppi criminali abituali in giro per le strade, liberi di delinquere. Ecco perché siamo del parere che nell'imminenza di importanti elezioni politiche, sia necessario che al tema della sicurezza si dia uno spazio serio e che non riguardi solo gli immigrati. Perché i partiti, se proprio vogliono garantirci una vita più sicura e dare una prospettiva di sviluppo al paese, devono impegnarsi di più contro il crimine, di qualunque natura esso sia e ovunque sia. Perciò, chi si candida a governare il paese dovrebbe impegnarsi a fare approvare, dal prossimo parlamento, una legge che, sulla falsariga del “tre volte e sei fuori”, in vigore negli Stati Uniti, preveda un’applicazione automatica della pena, quindi senza la discrezionalità dei giudici, per i recidivi dei reati gravi. Perché, in America, lo Stato, per garantire maggiore sicurezza ai propri cittadini, ha introdotto un principio penale secondo cui chi subisce tre condanne per gravi reati commessi e scoperti resta in galera per sempre. È un approccio duro, che farà storcere il naso a tanti garantisti (magari a quelli a giorni alterni), poiché è sintomatico del trapasso dalla tradizionale onnipotenza dell’ideale trattamentale/riabilitativo alla retribuzione e la prevenzione, ma è necessario a evitare che lo stesso soggetto, già resosi responsabile di gravi reati, e magari entrato e uscito dalle prigioni decine di volte, possa commetterne altri in futuro. L’ergastolo o una pena altrettanto pesante per i recidivi è una norma di civiltà, alla cui base sta la convinzione, molto radicata nell'opinione pubblica, dell’esistenza di un criminale “abituale”, “incorreggibile”, “irrecuperabile”, per cui il crimine è una professione. Ecco perché lo stato, ponendo il recidivo nella condizione di non nuocere, lancia alla società un messaggio chiaro e forte che è di natura intimidativa, deterrente, di prevenzione del crimine, appunto, per cui è impossibile non cogliere la visione di provvedimenti del genere, che guardano al futuro giudicando il passato, che mirano a punire un soggetto non tanto per il reato commesso, quanto per la sua condizione di “recidivo”. E nell'ottica di queste misure non è tanto la persona a porsi di fronte al giudice, quanto piuttosto la sua fedina penale. I provvedimenti instaurano un meccanismo punitivo che impone al giudice di comminare la condanna all'ergastolo o ad un numero di anni di fatto corrispondenti, nel caso in cui il reo commetta per la terza volta un reato che rientri nella categoria dei reati gravi. E sono leggi quelle del “tre volte e sei fuori”, che appartenendo alla “famiglia” delle misure di condanna obbligatoria, s’impongono senza lasciare discrezionalità. Al giudice, ovviamente. E di questi tempi, con la magistratura che ci ritroviamo, sarebbe già una mezza rivoluzione.