
{module Firma_redazione}Li hanno definiti eroi, ma pensiamo che il termine che in questo momento sia più adatto a definire i tanti medici ospedalieri che lottano contro il coronavirus sia pazienti, nel senso sia di persone che sopportano di tutto, anche cretini e irresponsabili, sia di persone che potrebbero stare, in qualunque momento, dall’altra parte della barricata, nella guerra contro l’epidemia. Perciò meriterebbero molto più rispetto. Ma, purtroppo, non è così, soprattutto negli ospedali dello Spoke Corigliano-Rossano, dalla cui direzione sanitaria ci saremmo aspettati un po’ di attenzione in più nei loro confronti, magari attraverso un dietrofront sulla pasticciata circolare dello scorso 8 marzo con cui aveva spiegato, ai medici responsabili delle unità operative e ai coordinatori degli infermieri e dei tecnici, che i dispositivi di sicurezza per visitare i possibili pazienti contagiati dal virus, tra cui le mascherine FFP2, si devono indossare solo in presenza di casi in cui sia “stata confermata una infezione da COVID-19” e non in caso di “sospetto” contagio, come stabilito dalla circolare ministeriale 5443 del 22 febbraio 2020. Un concetto semplicissimo, elementare, da noi rimarcato in un articolo del 11 marzo scorso, che dopo aver fatto infuriare qualcuno, dalle parti dell’ospedale, ha prodotto, come risultato un’altra circolare, questa volta inviata da anonimi dirigenti dell’ASP di Cosenza, in cui, per rafforzare quanto scritto dalla direzione sanitaria Corigliano-Rossano nel precedente provvedimento, si cita una tabella dell’OMS, che avrebbe la forza, anche giuridica, di rendere inapplicabile la circolare ministeriale 5443 per quanto riguarda la sorveglianza sanitaria contro il Covid-19, che obbliga i sanitari a indossare le mascherine FFP2 anche in presenza di un caso sospetto di contagio. Ora, noi, a differenza dei dirigenti dell’ASP, non siamo onniscienti perciò non comprendiamo granché di burocrazia e della gerarchia delle fonti normative, probabilmente hanno ragione loro, che per questo lavoro sono strapagati. Siamo però consapevoli che qui, al di là dei cavilli burocratici e dei pasticci e capricci personali di chiunque abbia ragione, si corre il rischio che a rimetterci siano ancora una volta medici e infermieri, che messi sotto pressione da una mole ingente di lavoro e di tensione sono mandati in prima linea senza alcuna protezione. Per cui basta con questa retorica dell’eroismo e della resistenza, qui bisogna cominciare a essere seri e spiegare che i medici sono uomini come tutti gli altri, che cercando di fare il proprio dovere esprimono preoccupazione per la disorganizzazione e la confusione che esistono nei loro ospedali, a cominciare dalla grave e persistente incertezza che regna sui dispositivi di protezione individuale, che potrebbero trasformarli in possibili vettori del virus. Il tutto accompagnato anche dalla cronica incapacità che contraddistingue le nostre strutture sanitarie nell’approccio alle emergenze, come quella che si verificò, qualche mese fa, con gli immigrati sbarcati nel porto di Corigliano, che furono accolti e portati in ospedale senza alcuna protezione, in mezzo a tanta altra gente, nonostante i sospetti, poi in parte confermati, di infezioni da tubercolosi. E’ allora qui bisogna farla finita, perché se non si ha il coraggio di denunciare questo disastro, dovuto alla sistematica violazione della legge che impone ai datori di lavoro di garantire la sicurezza dei lavoratori, c’è il rischio concreto che i medici potrebbero rifiutarsi di fare visite, perché, non dobbiamo dimenticare che, oltre al rischio di infettare altri colleghi o i pazienti, tra di loro ci sono già stati i primi morti, mentre altri si trovano in terapia intensiva. E’ una questione seria, da non sottovalutare, che dovrebbe spingere chiunque operi nella nostra sanità ad avere la stessa consapevolezza, rispetto al delicato e grave momento che stiamo attraversando, di Maria Rita Gismondo, virologa dell’ospedale Sacco di Milano, la quale ha dichiarato che “da quando è arrivato il primo caso sospetto, poi scoperto positivo, abbiamo visto il mondo da un’altra angolazione, ti senti il virus accanto, cambia il modo di vivere e lavorare”. Peccato che questo concetto sia difficile da far capire agli ignavi dirigenti dell’ASP di Cosenza, che forse pensano di vivere in un altro mondo.
