Editoriali

Sartre, la nausea e il tribunale dei miei coglioni

{module Firma_Edilberto de Angelis}Alle teste raffinate che hanno avuto l’idea di organizzare un consiglio comunale aperto alle autorità (assenti) per discutere della riapertura del tribunale di Rossano, consiglierei cordialmente di non parlare più di tribunale da queste parti, se desiderano avere ancora un po’ di credibilità tra la gente perbene. Si dà infatti il caso che gli abitanti di questo territorio, al di là di una parte poco rappresentativa e raccomandabile della sua classe dirigente, della chiusura del tribunale se ne fottono, poiché hanno già da tempo superato la soglia della pazienza e della rassegnazione verso un tribunale diventato emblema della malagiustizia e del fallimento dello Stato di diritto e giudicato intoccabile “presidio della legalità” solo dai soliti tromboni, cui verrebbe spontaneo indirizzare una pernacchia stile Totò. Infatti, se commissionassimo un sondaggio, la stragrande maggioranza degli abitanti di questa zona si direbbe pronta alla ribellione non per difendere il tribunale, in sé indifendibile, visto ciò che ha prodotto, ma per avere finalmente una giustizia giusta, rapida e efficiente, fatta da gente seria e preparata, anche a cento chilometri di distanza. Oddio, i sondaggi vanno presi tutti con le molle, specie quelli condotti all’insegna dell’improvvisazione e dell’approssimazione, però sono convinto che un sondaggio sulla giustizia rivelerebbe uno stato d’animo oggi diffuso tra la gente: il terrore non di vedere sparire il tribunale sotto casa, che per qualità e tempi delle decisioni ha lasciato molto a desiderare, ma di non riuscire ancora ad avere giustizia veloce, sicurezza e certezza del diritto e della pena. E se i partiti, pur non avendone i titoli in questo periodo di sputtanamento generale, si facessero una volta tanto interpreti del vero disagio popolare, provocato dai sacrifici, anche personali e finanziari, imposti alle famiglie e alle imprese per una giustizia (soprattutto civile) raccapricciante, dovrebbero lanciare una proposta allarmante: dire, caro governo chiudi pure tutti i tribunali che vuoi, ma se tieni davvero alla libertà e alla dignità degli individui e vuoi far quadrare i conti dacci una giustizia seria, veloce, imparziale, con giudici e magistrati gran lavoratori, onesti, capaci e preparati, in cui chi sbaglia e fa sentenze del cazzo paga di persona e in cui il cittadino riconosca l’autorevolezza, la competenza e la credibilità di uno Stato che solo facendo lo Stato può dare sicurezza, giustizia e creare ricchezza e essere sostenuto nelle sue battaglie contro ogni tipo di malaffare. Intanto, si segnala la sollevazione non della gente, ma di quattro gatti della nostra classe politica e dirigente che vogliono salvare il loro piccolo (in tutti i sensi) tribunale, di cui magari in privato dicono tutto il male possibile, infischiandosene se la giustizia resta lo schifo che è. In fondo non hanno mai “lottato” per la produttività, la competenza e la responsabilità civile di giudici e magistrati (anche quando hanno mandato in galera gente perbene e innocente o per errore hanno fatto fallire famiglie e imprese) oppure per giudici e magistrati che siano finalmente onesti e capaci, che abbiano carriere meritocratiche e che garantiscano processi più equi, seri e veloci. Nossignore, a loro in fondo la produttività e la qualità della giustizia non interessa. Alla faccia della giustizia e del vivere civile a loro interessa altro. Tutto questo, però, fa capire che il limite della sopportazione è stato raggiunto. La classe dirigente ne tenga conto e dica alla politica la verità: fare in fretta, non tanto a riaprire i piccoli tribunali falliti quanto a riformare la giustizia da terzo mondo che abbiamo, e che tra l’altro ci costa sul serio in termini economici e di libertà personale perché è il motivo principale per cui gli investitori girano alla larga soprattutto dalle regioni meridionali. Altro che criminalità, costo del lavoro, infrastrutture, istruzione e fisco. Ma l’impressione è che non ne sia capace. Si riunisce, ma non decide un bel niente: tanto la gente, che non ne può più di ingiustizie e lungaggini, non protesta e si organizza da sola, magari accettando cose terribili, soprattutto nel civile, pur di evitare una causa (pensate quali e quanti compromessi è disposta ad accettare pur di far rispettare un qualsiasi contratto). Pur di non affrontare lo spinoso problema, tutti rinviano la questione, con grande ipocrisia, pensando solo alle piccole cose. Battaglie di retroguardia. Non importa se questo non sia il momento delle opinioni, bensì quello delle azioni. Figuriamoci: tutti preferiscono perdere tempo in cose banali, perché tutti hanno paura di toccare un tasto così delicato come la riforma della giustizia, magari facendo nomi e cognomi di asini e corrotti. Risultato: immobilità assoluta. E a forza di rimandare le scelte, si finirà per non scegliere. Questa è l’unica certezza. Questa è la nostra classe dirigente. Perciò chissenefrega se il tribunale di Rossano resta chiuso. Almeno pur rassegnati ad avere una giustizia mediocre, faremo abbassare la cresta a tanti spocchiosi personaggetti che con la scusa del tribunale ci hanno rifilato questa fusione di merda con la sua merdosa classe politica. Un fallimento epocale, che ha messo la terza città della Calabria nelle mani di perfetti incapaci, che ci dovremo sorbire fino alle prossime elezioni. Lo dice quell’altra merda che si chiama democrazia. Ma questo è un altro articolo, che pubblicherò in un’altra pausa della nausea sartriana di cui soffro in questo periodo. Saluti.