Editoriali

Schiavonea? Riparta da legalità e esclusione

E adesso, chi glielo dice a quelli di Schiavonea che indietro non si torna più? E chi glielo dice che ogni forma d’illegalità andrà messa definitivamente da parte perché non più compatibile con una città civile? Chi li convince che d’ora in avanti, se vorranno migliorare la qualità della loro vita, dovranno necessariamente cedere il passo alla legalità? Di certo non glielo dirà chi ha organizzato la “grande manifestazione per la sicurezza e l’inclusione” dello scorso otto febbraio, che a queste domande non ha dato risposte. Anzi, ne ha date eccome. Mostrando una Schiavonea che più che ribellarsi all’illegalità diffusa che la caratterizza, e sulla cui tolleranza pian piano è cresciuta quella delinquenza, anche straniera, che ne sta condizionando negativamente la vita, ha preferito semplicemente protestare contro gli atti di criminalità dei mesi scorsi, forse perché, istintivamente, comincia ad avere paura, a essere preoccupata per quello che sta accadendo, “aggrappandosi” a due slogan, sicurezza e inclusione, che da soli non dicono niente, perché non presuppongono alcuna assunzione di responsabilità diretta, dell’accaduto, da parte della popolazione, che ancora non riesce a capire che c’è una chiamata di correità, soprattutto morale, nei suoi confronti, che poi è ciò che ha permesso, e permette, il degrado e la violenza. Due parole, quindi, che più che alla città (civile) che sarà o che si vorrebbe che fosse riportano alla Schiavonea che è stata e che ancora risponde “presente”. Infatti, quelle parole, sono due formidabili simboli di una comunità che ancora una volta si mantiene vaga e immobile sulle proprie vicende, che ancora non riesce a chiedersi perché tutto ciò possa essere accaduto, forse per non fare i conti con se stessa, con le proprie colpe, con ciò che è diventata, demandando ipocritamente ad altri soggetti, le cosiddette istituzioni (infatti, non costa niente chiedere genericamente meno degrado urbano e più polizia e carabinieri per le strade), ogni scelta che potrebbe riguardare il suo cambiamento, la sua ineluttabile trasformazione verso un futuro civile e che oggi vale l’iradiddio, soprattutto in termini economici. Perciò, restando in chiave sicurezza, che non esiste senza legalità e senza convincersi che legalità vuol dire l’impegno di tutti a reprimere e a non commettere ogni giorno gesti illegali, anche il più piccolo e banale, per far capire a tutti che ciò che è proibito è proibito e basta, perché lì dove c’è tolleranza verso i reati minori si crea un clima di permissivismo che prima o poi agevolerà quelli maggiori, c’è il rovescio della medaglia: in tutti questi anni, a Schiavonea, dove sono arrivati a briglia sciolta numerosissimi turisti e immigrati, si è allargata tantissimo la forbice delle disparità, si sono acuiti i contrasti sociali, perché c’è una parte di essa, sempre più consistente, che vive, specula e si arricchisce, impunemente, nel disordine e nella più completa e totale illegalità, anche sulle spalle di quegli immigrati poi dediti al crimine, e ce n’è un’altra, marginale, che le regole cerca di rispettarle, perché non può farne a meno, e che magari sotto sotto prova a ribellarsi senza però riuscirci. Va così ovunque, da quelle parti. Per questo se Schiavonea volesse dire al mondo che vuole cambiare sul serio e che questa vicenda delle violenze e del crimine potrebbe essere l’occasione giusta per cambiarla davvero, deve fare un pesante mea culpa e mostrare quel coraggio che finora le è mancato, che vuol dire perdere di vista tutto ciò che in questi anni ha brillato, in negativo, come non mai, quindi dire basta all’illegalità diffusa, quella del lavoro e degli affitti in nero (anche in tuguri) a immigrati e turisti, del pesce pescato e venduto di nascosto, della tolleranza verso ogni forma di abusivismo e di degrado ovunque provenga. Perché il rischio, se si continua così, senza fare autocritica, è quello di trasformarla in una delle tante città malfamate del Sud Italia. Di quelle che, quando si arriva, sembrano tutte maledettamente uguali. Ecco perché a chi vuole davvero cambiare consiglierei, per la prossima manifestazione, ammesso che ce sia ancora una, un altro slogan, magari più coraggioso e fatto sempre di due parole, più credibili e intelligenti: “legalità”, sempre, ed “esclusione”, di ogni forma di malaffare. Auguri.