Editoriali

Cari sindaci, non fermate la polizia locale

Domanda retorica ma non banale, che in tanti ci pongono: per quali ragioni continuiamo a mettere così tanto in evidenza l’importanza della polizia locale per la tutela dell’ordine pubblico cittadino? Semplice: ce lo suggeriscono i ripetuti episodi di violenza che si verificano nel nostro territorio, come quelli dei giorni scorsi, a Schiavonea, per i quali la profonda frammentazione del nostro sistema di sicurezza, che è un vero mosaico privo di uniformità, al di fuori della dimensione statale che da sola non può e non sa affrontare il problema, visto il suo scarso radicamento sociale e territoriale, potrebbe rappresentare una vera e propria opportunità per garantire il rispetto della legalità e quindi una maggiore sicurezza. Infatti, la conseguenza di tale diversificazione, che mostra una stratificazione politica e culturale che varia fortemente tra i diversi territori, è che le forze di polizia locale, riflettendo modi di pensare la sicurezza spesso divergenti, non siano addestrate secondo un unico parametro d’ingaggio, come invece accade per quelle statali. Così può capitare che in certe realtà, soprattutto del sud, dove l’argomento sicurezza va affrontato con una certa prudenza, soprattutto per motivi culturali, la polizia locale quando si occupa di ordine pubblico lo faccia secondo protocolli addestrativi più blandi e meno aggressivi, che favoriscono la collaborazione dei cittadini, anche attraverso associazioni di volontariato, mentre nelle realtà più problematiche del nord capita il contrario, perché l’addestramento è orientato a un livello di immediata aggressività operativa molto elevato. E se nel primo caso un intervento aggressivo genera immediatamente sdegno e pressioni per atteggiamenti restrittivi, poiché le popolazioni non sono abituate a questo tipo di approccio, nel secondo invece la cittadinanza tende a percepire l’aggressività della polizia locale come garanzia di efficacia e protezione, rendendo anche eventuali operazioni statali ad alto impatto coerenti con il tessuto culturale locale. Ecco perché alle forze di polizia statale, che operano secondo un protocollo standardizzato, non è richiesto di adeguarsi alle differenti sensibilità locali, come invece fanno abitualmente le polizie locali. È ovvio, che l’azione delle polizie statali, pur mantenendo la medesima intensità operativa su tutto il territorio nazionale, non causa grandi tensioni in quei territori dove i cittadini convivono abitualmente con polizie locali dal profilo più marcato. In questo quadro, il ruolo di amalgama tra l’azione delle polizie statali e la popolazione locale dovrebbe essere svolto dalle polizie cittadine, che agendo come tessuto connettivo, potrebbero armonizzare le operazioni statali con le specificità dei territori, magari fornendo informazioni più dettagliate sul territorio e il suo tessuto sociale, anche se, dobbiamo dire, questa funzione di mediazione e di amalgama è sostanzialmente impedita dalle decisioni dei sindaci, soprattutto del sud, che spesso, non volendosi assumere responsabilità dirette in tema di ordine pubblico e sicurezza, fanno mancare quel coordinamento tecnico che potrebbe attenuare l’impatto sociale delle attività delle polizie statali, spesso sbagliato se non esagerato. Questa politica di chiusura verso le disposizioni statali, appare spesso alimentata da profonde divergenze ideologiche, se non da un’acredine personale, che oggi, visto l’aumento dei crimini, non ci possiamo più permettere. O no, cari sindaci.