Editoriali

Mafiosi senza lupara

{module Firma_Edilberto de Angelis}Fino a poco tempo fa pensavo che il mafioso fosse solo colui che appartiene alla delinquenza organizzata. Poi ho studiato meglio il nostro ambiente e mi sono reso conto che esiste una mentalità mafiosa non solo nel mondo della malavita ma, cosa molto preoccupante, nel campo professionale, dei cosiddetti colletti bianchi. Infatti, puoi trovare medici, avvocati, professori universitari, amministratori, imprenditori, alti dirigenti dello Stato con questa mentalità. Penso si tratti di un tipo umano preciso e riconoscibile. Tanto per cominciare il mafioso in grisaglia è un uomo d’onore. Egli si presenta sempre come il massimo della integrità morale e della più calda affettuosa, sincera generosità, come può essere, ad esempio, un alto funzionario dello Stato. È una figura cordiale, rassicurante, che oggi, dopo l’indebolimento della politica (che comunque incontrava un limite nel controllo popolare), si trova soprattutto ai piani alti della burocrazia e della sanità, pronta a farvi favori senza chiedere nulla in cambio. Almeno subito, perché nel momento in cui li accettate ai suoi occhi contraete un debito di riconoscenza, che potrà esigere quando vuole e nella misura che vuole. Una cambiale in bianco che può essere pesantissima, come usano fare, qui da noi, ad esempio, alcuni medici, che i loro favori (che in realtà sono nostri diritti, come può essere una visita specialistica) spesso se li fanno pagare o li fanno pesare al momento del voto, sponsorizzando se stessi o questo e quel candidato. Poi il mafioso è caratterizzato da una infinita volontà di dominio. Perché non ha altri valori che il potere, non ha altro interesse che il potere. Tutto per lui è mezzo: morale, religione, cultura, amicizia, sentimenti, politica. Quando governa un’istituzione o ne fa parte, come i grossi burocrati, gode nell’incutere timore e instaura un clima di paura e di odio. Prima si sbarazza dei migliori, quelli che potrebbero ostacolare la sua carriera o le sue mire di potere, e poi opprime, senza freni, anche col mezzo della vendetta, i suoi prigionieri impotenti, per cui è portato a trattare gli uomini come burattini, servi, e soprattutto a mentire, a dissimulare le sue emozioni. Può vivere per anni a fianco della persona che ha già deciso di utilizzare ai propri scopi o di distruggere e lo fa senza violenza, potendo contare su un grande alleato: la paura che si contiene e combatte con la cosiddetta “cultura dell’amicizia”. Il che vuol dire che coloro che cadono nella sua rete non hanno nessun altra arma di difesa se non la suddetta e subdola “cultura dell’amicizia”. E cioè: diventare amici, e quindi complici, del mafioso o del criminale di turno (in cravatta), in modo da essere lasciati in pace e farsi così riconoscere quegli elementari diritti, spesso di sopravvivenza, che altrimenti non avrebbero e che ogni paese civile dovrebbe garantire, a prescindere, come diritti naturali. Perché, cari lettori, nei paesi civili, che tutelano le libertà e i diritti individuali, in tutti i sensi, mafiosi e criminali di questa specie, non solo starebbero nelle patrie galere per anni, ma si porterebbero dietro un marchio d’infamia che li isolerebbe dal resto della società. Infatti, in una società appena dignitosa, in cui gli individui sono tutelati e protetti, e in cui prevalgono forti valori ideali e morali, il malfattore, di qualunque natura sia, avrebbe vita difficile, sarebbe allontanato da tutti, tenuto a distanza, altro che promozioni, riconoscimenti e stelle di latta. Qui, invece, succede il contrario: il “boss”, piccolo o grande che sia, è riverito e rispettato, dappertutto. E quando va in giro, come fanno certi burocrati o certi medici coinvolti in pesanti crimini, l’accoglienza che gli riservano è a dir poco trionfale, come se si trattasse di un cittadino benemerito. E’ uno schifo cui bisognerebbe porre fine. Ne va della nostra dignità oltreché della nostra libertà.