
{module Firma_Anton Giulio Madeo}Il medico, il più delle volte uno del settore igiene pubblica dell’ASP, sale a bordo, sulla nave stracolma, oppure si aggira tra gli approdi del porto. Scruta quelle facce stremate. Valuta in pochi secondi lo stato di salute. L’Italia anti malattie infettive, che potrebbero avere gli immigrati che sbarcano sulle nostre coste, funziona per lo più così. Ad occhio. Per cui ci si affida al nostro proverbiale stellone affinché non accada nulla di grave. Uno stellone, però, che spesso non funziona, perché strada facendo, quando i migranti ciondolano già per le nostre strade, entrano nei supermercati o frequentano i parchi, dove ci sono i nostri bambini, si scoprono casi conclamati di brutte malattie che noi abbiamo debellato già da decenni: come la tubercolosi. Infatti, capita che se qualcuno dei tanti migranti che sbarcano nel nostro porto, e che prima di essere lasciati liberi per la città dovrebbero essere dotati di mascherine e visitati scrupolosamente, dovesse essere già ammalato, non se ne accorgerebbe nessuno, se le visite mediche sono quelle che abbiamo descritto, col solo filtro dell’occhio del medico. E ciò avviene, come dice qualcuno che di malattie infettive se ne intende, perché qui da noi non esiste una cintura sanitaria efficiente, che dovrebbe valere soprattutto per la Tbc, per la quale la diagnosi veloce se non tempestiva si gioca tutta in una sorta di esame collettivo. “Quando una nave entra nel nostro porto – ci dice il solito esperto – un medico sale a bordo o aspetta che i migranti scendano. E dà un’occhiata ai clandestini”. Sì, la visita si basa su uno sguardo, magari più attento se il poveraccio se la passa male. “In quel momento sui migranti non si fa alcun tipo di esame strumentale o di minimo approfondimento”. Niente controlli del sangue o delle urine, per intenderci (e smentiteci se non è vero). Solo dopo, a terra, con calma, quando i migranti sono stati già accolti in qualche struttura, da cui non dovrebbero muoversi (per ragioni sanitarie) e affidati alle cure (si fa per dire) delle solite cooperative, si pensa alle visite mediche nei nostri ospedali. Si va avanti all’italiana, senza fretta. Fra un arrivo e l’altro. E hai voglia a dire, come fece tempo addietro un sindacalista deficiente di mia conoscenza, che i controlli sanitari sono fatti a bordo delle navi e a terra e per questo è altamente improbabile che siano entrati nelle nostre città persone affette da malattie infettive. Basta intendersi sul significato della parola controlli, perché se questi ultimi sono nelle mani di un medico che si aggira fra centinaia di disperati, stiamo freschi. Ecco perché capita, com’è avvenuto di recente, che chi sta male, magari per una tosse persistente, possa chiedere di essere visitato, seriamente, in un ospedale, dove, guarda caso, si scopre che il migrante è affetto da tubercolosi conclamata, di cui, ovviamente, nessuno poteva accorgersi, considerando che caos e approssimazione nel nostro balordo sistema di accoglienza la fanno da padroni. E poiché al peggio non c’è limite, può capitare anche di vedere migranti che arrivino al pronto soccorso del nostro ospedale, per essere visitati e dopo aver girovagato per giorni e giorni per la nostra città, senza alcuna protezione e senza alcuna protezione sono poi inviati, dai medici del pronto soccorso, ai loro colleghi del laboratorio analisi o del reparto di radiologia per gli accertamenti, da cui escono, come ci hanno riferito di recente alcuni accompagnatori delle cooperative, con diagnosi di tubercolosi conclamata che necessitano di immediati ricoveri. E qui la tragedia, come tutte le cose all’italiana, diventa una commedia, perché non si fa nulla nei confronti di chi gestisce, soprattutto dal punto di vista sanitario, i migranti in questo modo incivile e superficiale. E per questa gente, che opera nelle nostre strutture sanitarie, occorrerebbe il licenziamento in tronco. E poiché stiamo impantanati, da anni, nella palude dell’ospedale unico, occorrerebbe il licenziamento unico, che vorrebbe dire licenziare con un unico provvedimento tutti quelli che si occupano (o meglio: non si occupano) a cascata dell’emergenza sanitaria. La sostanza è che ci sono migliaia di persone a spasso per il nostro territorio di cui non sappiamo nemmeno il nome. Figurarsi eventuali patologie o infezioni. Sappiamo solo i numeri, quelli ufficiali, di questa invasione, per cui non ci resta che incrociare le dita e tenere i nostri figli a debita distanza da questa gente. Non è razzismo. E’ solo prudenza.
