
{module Firma_Anton Giulio Madeo}Vi è una cosa che m’infastidisce oltremodo nelle discussioni con i tanti sedicenti amanti della fusione che mi capita d’incontrare. Ed è quando dicono che a Corigliano a volere il comune unico sia la popolazione (che ne avrebbe colto i vantaggi), mentre a mostrare scetticismo nei confronti di questo grande progetto di autonomia del territorio (come lo definiscono) sarebbe, invece, una parte consistente della nostra classe dirigente, composta soprattutto da politici, che avrebbe alla sua testa il sindaco della città. Svariati amici, che forse hanno perso il contatto con la realtà, ormai se la prendono con “certi politici”, che, dicono, “sarebbero così ottusi da non comprendere che solo con il progetto di fusione Corigliano avrebbe un futuro radioso” (anche se poi si dimenticano di spiegare quale). Insomma, molte persone sarebbero convinte che in una parte dei componenti della classe dirigente coriglianese alberghi una specie di masochista, che non volendo la fusione, quindi più autonomia rispetto alla temibile e nemica Cosenza, godrebbe delle vessazioni burocratiche cosentine e in cuor suo semplicemente adorerebbe essere ancora schiavo del capoluogo di provincia. E questo atteggiamento sarebbe giustificato da una mancanza di carattere culturale, poiché le classi dirigenti coriglianesi, soprattutto politiche, forse perché deboli e “ignoranti”, storicamente hanno sempre adorato Cosenza, si sono sempre prostrate davanti ai suoi rappresentanti (come se aver avuto Giacomo Mancini e Riccardo Misasi fosse stato un crimine). In realtà è vero l’opposto. Basta conoscere un minimo di cose di questa città per rendersi conto che più si è classe dirigente, più è alto il livello sociale o di cultura, più grande è il tasso di consenso verso la fusione e l’autonomia di questo territorio. Venerare l’accorpamento con la vicina Rossano (la cui classe dirigente è stata da sempre il nostro vero nemico, altro che cosentini) è da noi esercizio riservato proprio a chi più ha studiato e a chi ha più scalato i gradini della scala sociale e quindi ha più responsabilità, anche politiche. Altro che popolo, che è sempre stato distante da questi giochi, anche per il solo fatto di aver visto i rossanesi come gente che non ha mai amato il lavoro, come suol dirsi. E, considerato il livello culturale della nostra classe dirigente, non potrebbe essere altrimenti. La fusione, qualunque essa sia, è da sempre la scelta, il sogno e l’illusione di quelli che contano, non della povera gente, che ha altro cui pensare, perché le classi dirigenti hanno sempre cercato di addossare le colpe del loro fallimento non alla loro inconsistenza politico-culturale, alle loro incapacità, alla loro pochezza, ma al fatto di essere troppo piccoli, troppo deboli, troppo soli, troppo fiacchi per avere la meglio su un gigante come il capoluogo di provincia, per cui bisognava (e bisogna) fondersi con alcune realtà vicine per dar vita a grossi enti comunali o sovra comunali capaci di toglierci dai guai, di creare un miracolo culturale e socio-economico, che poi sarebbe il solito mix di uffici e finanziamenti pubblici. Come dire: chiu pilu pe tutti. Ecco perché il sentimento fusionista che sta ormai trascinando questa città nel baratro, poiché non si parla d’altro, nonostante ci siano problemi molto più seri (ad esempio l’immigrazione incontrollata), viene da lontano, sin da quando con l’idea della provincia della Sibaritide o della cosiddetta area urbana e quant’altro volete metterci (che i rossanesi videro sempre con grande diffidenza), le élite e i suoi manutengoli, ossia certi “intellettuali” o certi “professionisti” al caviale, ci ammannivano da ogni pulpito il verbo così riassumibile: un ente unico, forte, unito, centralizzato e pronto a esigere sangue, sudore e soldi da tutti avrebbe dovuto prima forgiare una comunità dove non vi era che un’accozzaglia di diverse popolazioni e poi salvare la povera gente dalla miseria e dalla morsa di Cosenza (magari chiedendo più uffici pubblici, più infrastrutture, più sovvenzioni. Insomma, più assistenzialismo). Quest’idea, però, finora, non suscitando l’interesse della gente comune, dei coriglianesi produttivi, che la mattina si alzano presto e lavorano sodo, a differenza dei rossanesi che vivendo di burocrazia possono permettersi di alzarsi tardi e lavorare poco, non ha creato proprio nessuna “comunità”, né tantomeno ricchezza, perché non c’è mai stato un comune sentire, con la vicina Rossano, verso i veri problemi del territorio, a cominciare da quelli economici per finire a quelli urbanistici o sociali (e tra questi metterei anche la sanità), che poi sono quelli che interessano alla gente. In compenso ci ha lasciato questa sorta di “religione civile”, una specie di credo selvaggio, cui crede, in simbiosi con una Rossano che si è convertita di recente, forse per opportunismo, solo la parte peggiore della nostra classe dirigente, quella più incapace, ignorante e meschina, che ha ormai soppiantato quasi del tutto l’antica autonomia di queste terre e l’antica capacità dei suoi uomini a voler fare da sé. Ma, si badi bene, si tratta della religione di certe classi altolocate (stavo per dire colte), alle quali gli umili offrono omaggi certo, ma solo superficiali, nella speranza di essere lasciati in pace a occuparsi delle proprie faccende. Il popolo ha imparato la lezione dell’oste manzoniano, ossia che per “impiparsi delle gride, la prima cosa è di parlarne con gran riguardo”. Perché le cause più importanti della ricchezza o dell’indigenza di un popolo dipendono dalla concorrenza che i territori riescono a farsi l’uno contro l’altro, cercando di essere più attraenti per gli investimenti privati, e, in ultima istanza, dall’individuo (dal suo spirito d’intrapresa, dalla sua intelligenza, dalla sua personalità, dalla sua voglia di fare, di soffrire, di faticare, dal suo spirito di sacrificio), ma questi è il prodotto della cultura che ha a disposizione e dalle strutture politiche in cui agisce, che se sono quelle locali devono essere il più possibile piccole e in competizione tra loro. Perché solo la competizione istituzionale tra enti di prossimità, che premia i più bravi, può garantire al popolo produttivo una tassazione più bassa, una burocrazia giudiziaria e amministrativa più efficiente e meno corrotta, maggiore sicurezza e servizi pubblici meno squinternati. Ecco perché, per un liberale, che tifa per il libero mercato, non potrà mai esserci nessuna città unica che possa liberarci dalla povertà e dal degrado, che solo concorrenza e competizione possono creare. Dovrebbero convincersene, se ci sono, gli abitanti più colti, più indottrinati e indottrinanti, di questo territorio, perché se siamo riusciti nell’impresa di avere un po’ di ricchezza e qualche opportunità di benessere (forse ancora per poco) qui a Corigliano, lo dobbiamo solo a donne e a uomini umili che in condizioni di quasi impossibilità concreta sono riusciti a fare miracoli, anche nel mercato. In breve, considerando la nostra classe dirigente, non si può che ammirare profondamente il popolo. Quello produttivo, che avrebbe capito tutto della fusione. Ecco perché se è vero, che ha capito, non la vuole. Almeno da questa parte del Cino. Altro che popolo fusionista.
