Editoriali

Altro che soldi. Il Sud ha bisogno di libertà e cultura d’impresa

{module Firma_direttore}La nostra via della seta è la strada che collega la nuova 106 alla zona di Insiti-Ogliastretti, che per storia e vocazione è la zona più fertile e produttiva dell’intera Piana di Sibari, essendo coltivata per intero a clementine di pregio. Il viaggio, su questa strada, oltreché fisico è anche un viaggio della memoria, poiché porta chi lo percorre, e magari è del luogo, a ricordare che tutto il ben di Dio che attraversa appartiene, purtroppo in gran parte, a medici, avvocati e liberi professionisti, insegnanti, commercianti, impiegati o piccoli contadini che si passano la terra di padre in figlio. A gente, insomma, che con l’agricoltura c’entra pochissimo e che nella terra non ha mai visto l’impresa, ma una specie di passatempo o di rendita finanziaria, come se giocasse in borsa, o un reddito di sussistenza, nulla più. Per cui è facile pensare che proprio l’assenza d’imprenditori possa essere stata la causa della grave crisi del nostro settore primario, i cui numeri, in costante calo, dicono che per dare una scossa all’agricoltura c’è bisogno di un’iniezione di cultura d’impresa. Una forte cura ricostituente, che potrebbe liberare risorse e dare spazio allo spirito animalesco e istintivo, come lo definiscono gli anglosassoni, della migliore imprenditoria. Infatti, è proprio la cultura d’impresa a rappresentare il fattore chiave della vita economica di un territorio, perché abbraccia l’insieme dei valori e delle convinzioni che guidano l’attività di chi lavora. Un collante sociale che favorisce la crescita dell’imprenditorialità, del rischio, dell’industria, della competitività e della concorrenza a tutti i livelli. E lo è a tal punto che in altri paesi europei la cultura d’impresa è materia d’insegnamento scolastico, perché in un paese a democrazia di mercato ai ragazzi siano trasmessi da subito quei concetti, quali competizione e attitudine al rischio, da seppur aspetti chiave del progresso qui al Sud conservano ancora valenze negative. Perché è solo qui che ancora ristagna il sospetto verso chi intraprende, una resistenza strisciante ai processi di modernizzazione, crescita e sviluppo. Infatti, qui, quando si parla di nuovi investimenti, magari per cercare nuove produzioni e nuovi mercati, invece di accoglierli con entusiasmo si comincia a mettere paletti. L’impresa (a cominciare proprio da quella agricola) viene vista come un ospite tollerato, quasi sopportato con sufficienza, sulla strada del benessere, in quel faticoso confezionare la torta senza la quale restano da ridistribuire solo miseria, povertà e tanta invidia sociale. Il valore immateriale dello spirito imprenditoriale è percepito come secondario. Sembra che il concetto di impresa senza se e senza ma, non esista. La parola è quasi sempre accompagnata da un aggettivo destinato a temperarne gli effetti: impresa aperta, sociale, responsabile, come se l’azienda dura e pura, da sola, non contenesse in se e per se nessuna positività ma solo disvalori. Insomma, l’impresa ha bisogno di un aggettivo o di un avversario. Come a voler prendere le distanze. Con questo atteggiamento è davvero difficile rimettere il Sud in carreggiata e farlo ripartire sul sentiero della crescita.