
{module Firma_Edilberto de Angelis}Come scrivevo nei giorni scorsi, il Movimento Cinque Stelle è diventato il primo partito d’Italia grazie al Sud, dove il disagio sociale, la povertà economica e la disperazione individuale sono fortemente aumentate. Infatti, con l’inizio della crisi del 2008, il Sud ha conosciuto la fine del benessere, rappresentato dall’assistenzialismo e dalla spesa pubblica e dalla fine dei fondi europei o dal fatto che oggi non garantiscono più nulla. E sono finiti (o non garantiscono più nulla) in un momento storico in cui è sufficiente leggere i rapporti della Svimez per capire l’entità del problema che oggi si è fatto drammatico se non tragico. Il peso dei Paesi dell’Europa dell’Est è troppo forte per essere contrastato dal nostro Sud. La concorrenza con i Paesi dell’Europa dell’Est non è soltanto sugli indicatori economici, con le aree depresse degli ultimi arrivati nell’Unione europea più “competitivi” nella gara dell’attrazione delle risorse comunitarie, ma anche sulla capacità delle classi dirigenti locali di intercettarli. E il Mezzogiorno italiano, in questo, ha perso. Durante la Prima Repubblica, la Cassa per il Mezzogiorno è servita per riequilibrare parzialmente la forbice fra Nord e Sud. Allora, gli investimenti privati sostenuti dalla mano pubblica hanno provato ad attivare processi d’industrializzazione autonoma. La Cassa del Mezzogiorno ha perso il suo senso negli anni Ottanta, quando l’economia pubblica di matrice Iri si è trasformata in una galassia di aziende inefficienti e fuori mercato e quando il meridionalismo è diventato scienza della clientela e del parassitismo. Gli investimenti privati, finanziati con il denaro dei contribuenti e non con il rischio di impresa, hanno lasciato le cattedrali nel deserto. Nella Seconda Repubblica il gioco del denaro è stato diverso. E ha avuto alla sua base i fondi comunitari. I ceti dirigenti locali dei partiti tradizionali non hanno saputo “modernizzare”, perfezionare e oliare i meccanismi del denaro pubblico che, negli ultimi settant’anni, ha rappresentato uno straordinario collante sociale e un enorme metodo di consenso. I programmi economici dei Cinque Stelle, a cominciare dal reddito di cittadinanza, hanno avuto senz’altro il loro ruolo. Ma è soprattutto il contesto ad avere determinato il corso delle cose. La rivolta (e la rabbia) contro le élite, che rappresenta un filo rosso dell’ondata populista del mondo occidentale, ha assunto nel nostro Mezzogiorno il profilo del voto negato alla politica e ai partiti tradizionali, incarnati, a torto o a ragione, dal volto dell’amministratore pubblico di lungo corso, che in molte occasioni ha anche fatto bene il proprio lavoro. Con la crisi del 2008, che ha portato i tassi di disoccupazione a livelli mai visti e che ha reso evidenti le fragilità strutturali di un sistema ormai fuori dal tempo, sono stati i partiti e la politica tradizionali a essere vissuti come i primi responsabili di un mutamento storico, che potrebbe far prendere al nostro paese una brutta piega.
