
{module Firma_Edilberto de Angelis}Alla gente che ci ferma per strada per chiederci cosa cambierà al Sud col risultato delle elezioni del 4 marzo, non abbiamo nessuna difficoltà a rispondere: nulla, poiché dai radar sia dei vincitori che degli sconfitti è sparito ogni riferimento alla questione meridionale, se non quelli ispirati da schemi culturali stantii. Non starò qui a ripetere le contrapposizioni che abbiamo visto in campagna elettorale, perché rischierei di annoiarvi con confronti ridicoli, per i tempi, come destra-sinistra, vecchio-nuovo, colti-ignoranti, e via dicendo. Quel che invece va detto è che dinanzi a questo scenario grottesco, desolante, un numero crescente di elettori ha perso ogni speranza. Moltissimi non hanno votato e altri, invece, lo hanno fatto con rabbia, senza coltivare illusioni, perché il Sud, in particolare, è di altri dibattiti e altre discussioni che oggi avrebbe bisogno. Sarebbe importante, ad esempio, che qualcuno, partendo proprio dal Sud, tornasse a parlare di federalismo. Un tema importantissimo, su cui i tre poli in campo, a cominciare dal centrodestra, che un tempo ne faceva cavallo di battaglia, non si sono distinti per nulla, poiché non hanno fatto altro che riproporre vecchie logiche centraliste e stataliste: e non solo per calcoli elettorali. Lo dimostra il fatto, incredibile ma vero, che, oggi, arriva, dalla Calabria, il primo senatore leghista dal Sud. Ed è una notizia che, pur sembrando trascurabile, rispetto alla vittoria dei semianalfabeti dei 5 Stelle, è la più interessante, e nello stesso tempo sconcertante, uscita dalle urne meridionali lo scorso 4 marzo, poiché mette in evidenza ciò che nessuno tra i politici italiani ha il coraggio di ammettere: e cioè che se anche la Lega, con la sua trasformazione da partito localistico in partito nazionale, ha accettato quell’unificazione ottocentesca che, violentando la nostra storia e le nostre identità, è la madre di tutti i nostri guai, vuol dire che questo paese è davvero irriformabile. E se c’è ancora qualcuno che lo mette in dubbio, poiché pensa che questa Italia sia modificabile dal centro, può levarselo dalla testa: questo è un paese che può crescere e progredire solo se si riconoscono le sue diversità e le sue divisioni storiche. Infatti, ci sono mentalità e sensibilità differenti, che rendono difficile una gestione unitaria: per cui ciò che può andar bene a Como o a Milano difficilmente si adatta alle esigenze di Cosenza o Messina. Ecco perché dovremmo comprendere che l’Italia esiste solo al plurale, quale insieme di comunità che dovrebbero potersi autogovernare, magari a livello municipale e regionale, in modo da valorizzare differenze e tradizioni. In questo senso, tra l’altro, il nostro paese è davvero una piccola Europa: un continente che, tra il Medio Evo e l’età moderna, ha avuto successo solo grazie a giurisdizioni libere e in concorrenza, talvolta alleate e talvolta in guerra, ma sempre orgogliose della propria specificità. L’Europa ha conquistato il mondo più con la sua civiltà che con i suoi eserciti, più con la sua cultura che con le sue flotte militari. E uno dei suoi segreti è proprio da riconoscere nel fatto che essa per secoli è stata un’area culturalmente ed economicamente unita, ma politicamente divisa. Di quel pluralismo istituzionale, di quel formidabile policentrismo fatto di territori liberi e alleati, la penisola italiana è stata l’espressione estrema e di maggiore successo. Proprio ora che la Lega ha messo da parte le proprie battaglie localiste, per acchiappare voti dappertutto, ci sarebbe insomma la necessità di porre al centro del dibattito la proposta federale. Intendendo con federalismo, ovviamente, nulla di ciò di cui si è discusso negli scorsi decenni. In questo senso, ogni ipotesi di riformare l’Italia in senso federale partendo dal centro (da ipotesi di riforma costituzionale, ad esempio) è una cazzata. Il nostro sistema potrà essere autenticamente federale solo quando le varie realtà del Nord, del Centro e del Sud potranno riprendere in mano il loro destino e decideranno di dare vita a un ordine istituzionale che soddisfi ogni componente e non ne sacrifichi nessuna. Una federazione autentica è il frutto di logiche associative e, per questa ragione, deve poter prevedere anche le procedure necessarie a un distacco. Affrancare le realtà periferiche e rovesciare la piramide istituzionale comporterebbe una moltiplicazione dei poteri e delle responsabilità. In fondo, si tratta di provare una buona volta a prendere sul serio le tesi liberali classiche. Se la libertà è l’obiettivo principe che i liberali intendono perseguire, essi sanno anche che la strategia più efficace consiste nell’affermare la concorrenza a scapito del monopolio, nel mettere il pluralismo al posto dell’uniformità. L’idea di fondo è che una pluralità di giurisdizioni obbliga le classi politiche locali a mettersi al servizio dei cittadini. Per imprese, famiglie e capitali il “costo di uscita” dallo staterello di Verona a quello di Brescia, o da quello di Cosenza a quello di Matera, sarebbe bassissimo. Tutti cercherebbero, però, di collocarsi dove le imposte sono inferiori, i servizi migliori e la regolazione meno invasiva. Se quanti si candidano al governo si focalizzassero su tali temi invece che promettere tutto a tutti, il dibattito politico sarebbe meno desolante. Ed egualmente sembra abbastanza chiaro che, negli anni a venire, l’esigenza di superare lo statalismo grazie alla moltiplicazione delle giurisdizioni finirà al centro dei dibattiti. Se a qualcuno l’argomento interessa, batta un colpo.
