
{module Firma_direttore}Karl Popper, che pensava alla democrazia come il governo sottoposto al controllo del popolo, non si è mai chiesto chi avrebbe dovuto sottoporre il popolo a controllo, soprattutto di qualità. Perché chi crede nella democrazia, nel senso che pensa sia l’unico strumento per scegliere, e spesso cambiare, senza spargimento di sangue, la propria classe politica, aspirando anche a farne parte, dovrebbe sapere che questo strumento di civiltà per poter ben funzionare dovrebbe essere utilizzato da un popolo maturo, partecipe, ben istruito, coscienzioso, informato, preparato, responsabile, nel senso che abbia senso civico e quindi consapevolezza di ciò che fa nel momento in cui entra in un seggio. Ma questa, purtroppo, è solo un’idea, perché nella realtà non sempre è così, e ve lo spiego con un paradosso. Da noi, e come pensiamo avvenga in altre parti del mondo civile, per guidare un’auto, esercitare una professione o solo aprire un negozio, occorre superare un esame, di abilitazione. Questo esame, dove più dove meno, è abbastanza selettivo. In politica, invece, che è l’attività più importante della vita associativa, specie in paesi come il nostro in cui la presenza dello Stato è a dir poco ossessiva e spesso dispotica, e quindi se la politica non la fai la subisci, nel senso che condiziona pesantemente la tua vita, si entra senza alcun esame. Infatti, chiunque soddisfi il requisito della nascita e, ovviamente, della cittadinanza, anche un cretino che non dà valore alla democrazia e non sa ciò che fa e dice, acquisisce automaticamente, al compimento dell’età giusta, l’elettorato attivo e passivo, e cioè può eleggere ed essere eletto, a qualunque livello, e determinare così le sorti di una nazione importante come l’Italia, magari senza dimostrare ad alcuno che vuole farlo, che è capace di farlo e magari farlo bene. Il risultato, purtroppo, di questa automaticità di un diritto così delicato, è spesso avvilente, devastante, sgradevole, specie in zone culturalmente e socialmente povere e arretrate, come il Sud. Dove si assiste a tornate elettorali indecorose, in cui torme di cittadini, giovani e meno giovani, utilizzano il diritto di voto in maniera sconcertante, votando, spesso, senza avere consapevolezza di ciò che fanno (nel senso che sono ignoranti e poco informati, non avendo nessun interesse per come vanno la politica e la cosa pubblica, che spesso giudicano inutili o noiose), per protesta, per frustazione, per invidia, per simpatia, per amicizia o addirittura per denaro o ricatto (magari di un datore di lavoro che sta sul libro paga di strani personaggi), fregandosene, ovviamente, del risultato, che spesso produce una rappresentanza istituzionale da vomito, com’è avvenuto alle ultime elezioni politiche, in cui per esprimere rabbia e insoddisfazione il Sud ha votato Cinquestelle, un partito che oltre a farci toccare il punto più basso della nostra storia, ha ricette di politica economica assurde, che di certo non aiuteranno i meridionali a cambiare la loro esistenza da pezzenti e schiavi. E allora se è così, cosa non va? Dove si è sbagliato. La democrazia ha fallito come strumento per selezionare la classe politica di un paese? Non lo sappiamo. Di certo c’è che è sbagliato il metodo per attribuire l’elettorato attivo e passivo, in questa democrazia. Che è poi quella follia egualitarista per cui tutti, al di là delle motivazioni, della condizione mentale, culturale e sociale, devono partecipare indistintamente alla grande abbuffata democratica, senza badare a contenuti, meriti, capacità, intelligenze, stimoli, valori. E allora? Cosa si dovrebbe fare, abolire la democrazia? Sotto certi aspetti non sarebbe poi una cattiva idea, visti i fallimentari esiti di tante elezioni, comprese le ultime. Ma se non vogliamo esagerare e limitarci solo a una provocazione, poiché per questo cazzo di sistema qualche cretino c’è pure morto (per combattere contro chi delle perversioni e dei difetti della democrazia aveva capito già tutto, in tempi non sospetti), potremmo pensare a ripristinare il filtro dei partiti (eliminato dal colpo di stato di Mani pulite, di cui l’attuale situazione è figlia), chiedere allo Stato leggi per il ritorno al censo (con l’esibizione di stati di famiglia storici, redditi, curriculum professionali e scolastici) oppure di sottoporre il diritto di voto, quindi l’esercizio dell’elettorato attivo e passivo, a un esame, superato il quale si otterrebbe il diritto a votare e a farsi votare, magari con il rilascio di una specie di patente, da sottoporre, ovviamente, a periodica revisione. Se invece vogliamo stare più coi piedi per terra, provocare un po’ meno, e quindi essere più realisti, basterebbe fare come negli USA, dove per poter votare bisogna manifestare la volontà a esercitare tale diritto, andando a iscriversi nelle liste elettorali della propria città. Tutto qua. Probabilmente il solo fastidio di doversi recare in un ufficio pubblico a fare lunghe file per farsi inserire nelle liste elettorali, scoraggerebbe tanti, che votano senza sapere perché, a partecipare a un rito che di certo non si addice agli imbecilli (e ai bifolchi).
