Editoriali

La mafia e la classe dirigente che non c’è

{module Firma_Anton Giulio Madeo} Difficilmente leggo articoli sulla mafia. L’argomento non mi appassiona, a meno che non riguardi arresti eccellenti: in questo caso cresce, di pari passo con il mio disgusto, l’interesse per l’argomento, poiché faccio fatica a capire come pezzi grossi della nostra classe dirigente, acculturati, ricchi, di buone letture, spesso di buon gusto, con ottime professioni e nascite, chiamati a guidare interi territori, possano farsi sottomettere da uomini dal livello culturale e morale bassissimo.

Uomini che seppur apparendo scaltri, inafferrabili, geni del male, diabolici, ricchissimi, tutte doti che potrebbero appartenere anche alla classe dirigente, perché a un brigante un brigante e mezzo, in realtà sono degli autentici bifolchi, analfabeti e spesso cretini. Ce ne rendiamo conto ogni qualvolta beccano un mafioso. Sei sconcertato dal trovarti di fronte, in televisione, uomini dai modi rudi, abilissimi a commettere reati odiosi, che non sanno leggere e scrivere e che spesso per scelta, e non per via della latitanza, conducono esistenze miserabili, primitive, magari in campagne mal coltivate, in case orrende, arredate come porcilaie, senza alcuna traccia di lusso, zero confort, nessun simbolo del potere attribuitogli, che è quello di boss che pur facendo cagare sotto fior di galantuomini e dominare interi territori, determinandone i mediocri e tragici destini, prendono gusto a tirare avanti da barboni. Come avviene in Calabria: una miniera d’oro non sfruttata per imbecillità e codardia, dove, con uomini, coste, paesaggi e cultura eccellenti, è sorprendente rilevare come la gente muoia di fame o campi di espedienti, in certi casi criminali, e di impiego pubblico, il che è lo stesso, giacché gli investimenti privati se ne stanno alla larga, proprio a causa di una criminalità efferata.

Dicono che la mafia sia un fenomeno da interpretarsi in chiave storica. Forse è vero, ma oggi a me sembra una faccenda di cui più che gli storici si debbano occupare magistrati, carabinieri e soprattutto psichiatri, che dovrebbero analizzare la nostra classe dirigente, che da anni non riesce a rispondere al quesito più inquietante che la criminalità organizzata pone all’intero Sud, che è il seguente: se i capi della mafia sono ignoranti, cafoni e spietati come appaiono, perché sono in grado da lustri e lustri di farla franca e sottomettere intere aree del nostro territorio, impoverendole?

Ciò è forse il segno che nessuno ha mai pensato di combatterla seriamente questa criminalità e tutto ciò sembra paradossale, perché se la mafia, com’è scritto nei racconti dei mafiologi, ha la testa dei boss che abbiamo conosciuto, allora vuol dire che tanto difficile da mozzare non poteva essere. Per cui la conclusione è solamente una: se uomini così bassi sono riusciti per tanto tempo a tenere in pugno un territorio vastissimo e a sfuggire alla giustizia, significa che coloro i quali li combattevano invano erano più bassi ancora. Così come risulta di basso livello il fatto che seppur siano trascorsi tantissimi anni da quando il fenomeno mafia ha cominciato a interessare pesantemente il Sud, siamo ancora qui a discuterne negli stessi noiosi modi. Ciò vuol dire che il bandolo della matassa è introvabile. Gli esperti si imbrigliano in dibattiti sterili. Servizi televisivi. Ricostruzioni giornalistiche lacunose. Libri su libri. Analisi politiche approssimative. Un oceano di parole inutili in cui la verità affoga.

Come qui da noi, dove negli ultimi giorni tiene banco la solita vicenda di presunti legami tra mafia e politica, allo scopo di avere voti in cambio di favori e assunzioni nella pubblica amministrazione. Roba vecchia, di cui tutti hanno memoria. Nel pastrocchio sarebbero coinvolti, come se fosse una novità, sindaci, consiglieri e assessori regionali, ex sottosegretari, funzionari pubblici, in un groviglio di sospetti, intercettazioni telefoniche e porcate varie. Verità o bugie? A dire il vero non ce ne frega niente. Vorremmo soltanto che la mafia smettesse di essere argomento retorico, di cui molti saccenti della nostra indegna classe dirigente si servono per far passare l’idea che la mafia è un piccolo problema e che loro con la mafia non c’entrano e che almeno due terzi della società meridionale sono perbene, poiché ignorano malcostumi e nefandezze della criminalità organizzata. 
Quest’aspirazione della maggioranza dei meridionali di non essere confusa con una minoranza che delinque su “scala industriale” pur essendo legittima non è condivisibile. Dicono, che insistere nel mettere a fuoco una questione marginale, per quanto grave, quale la mafia, contribuisca allo sputtanamento di tutto il Mezzogiorno, dipinto all’esterno come un nido immenso di vipere dove trovare un onesto è impresa sovrumana. È vero, ma è anche vero che il vivaio della piovra è in acque meridionali ed è lì che bisogna agire per eliminarlo e se la classe dirigente locale fa poco o niente per ripulire quelle acque vuol dire che in qualche modo ne è complice. Ecco perché fanno bene coloro i quali dicono che questo è un affare tutto meridionale, che possono sbrogliare solo i meridionali. Anche se, con la classe dirigente che si ritrovano, immobile e inamovibile com’è, difficilmente ci riusciranno. Forse perché vogliono che prevalga lo status quo, che in fondo fa comodo a tutti. Perciò, che se lo tengano. Noi, per ora, non ci possiamo fare niente, al di là di qualche articolo politicamente scorretto. Per cui, auguri e figli maschi, magari senza palle, come i rampolli della nostra classe dirigente.