
{module Firma_Anton Giulio Madeo}Messi davanti a una forte e profonda incertezza, spaventati, com’è comprensibile che sia, di fronte ai pericoli, è normale chiedere a chi ci governa di “fare qualcosa”, soprattutto in tema di sicurezza personale e dei propri beni. Ne è stato consapevole Matteo Salvini, che sin dal suo insediamento al ministero dell’interno, si è affrettato a “fare qualcosa” per rafforzare la sicurezza dei cittadini, presentando e facendo approvare leggi e decreti sull’immigrazione clandestina e sulla legittima difesa, che, a suo dire, dovrebbero assicurarci una vita più tranquilla. Ovviamente ne siamo convinti, conoscendo Salvini, ma siamo anche altrettanto convinti che ciò non basti, perché se lo Stato vuole per davvero garantirci una vita al riparo da qualsiasi rischio per la nostra incolumità e dare una prospettiva di sviluppo al paese, deve impegnarsi di più contro il crimine organizzato, di qualunque natura esso sia. Ecco perché, vivendo al Sud, in zone di frontiera, dove il fenomeno mafioso è diffuso e tenace e per questo diventato problema e fenomeno nazionale, ci permettiamo di dare al ministro un piccolo consiglio: ora che è giunto nella fase della maturità politica, infatti è sempre più leader di questo governo e del centrodestra, dopo l’immigrazione clandestina concentri il proprio impegno e la propria attenzione, se vuole davvero sfondare al Sud, nella lotta alla mafia, quella seria, concreta e non dei professionisti dell’antimafia, magari facendo approvare, dal Parlamento, nuove norme (anche costituzionali, se necessario) che, aggiungendosi a quelle già esistenti (tipo carcere duro, sequestro dei beni, eccetera), contemplino più poteri di repressione. Tra queste inserirei una disposizione, che, sulla falsariga della legge del “tre volte e sei fuori”, in vigore negli Stati Uniti, preveda oltre a un innalzamento delle pene anche la loro applicazione automatica, quindi senza la discrezionalità dei giudici, per i recidivi dei reati di mafia o in generale di criminalità organizzata. Perché, in America lo Stato, per garantire maggiore sicurezza ai propri cittadini, ha introdotto un principio penale secondo cui chi subisce tre condanne per gravi reati commessi e scoperti resta in galera per sempre. E’ un approccio duro, che farà storcere il naso a molti garantisti (che purtroppo lo sono solo a giorni alterni), poiché è sintomatico del trapasso dalla tradizionale onnipotenza dell’ideale trattamentale/riabilitativo alla retribuzione e la prevenzione, ma è necessario a evitare che lo stesso soggetto, già resosi responsabile di reati di mafia, e magari entrato e uscito dalle prigioni decine di volte, com’è avvenuto di recente con alcuni criminali plurirecidivi di casa nostra, sorpresi a organizzare un omicidio di mafia, possa commetterne altri in futuro. L’ergastolo per i recidivi è una norma di civiltà, alla cui base sta la convinzione, molto radicata nell’opinione pubblica, dell’esistenza di un criminale “abituale”, “incorreggibile”, “irrecuperabile”, anche perché membro di una complessa struttura, qual è appunto un’organizzazione mafiosa, per cui il crimine è una professione. Ecco perché lo Stato, ponendo il recidivo nella condizione di non nuocere, lancia alla società un messaggio chiaro e forte che è di natura intimidativa, deterrente, prospettica, di prevenzione del crimine, appunto, per cui è impossibile non cogliere la visione di provvedimenti del genere, che guardano al futuro giudicando il passato, che mirano a punire un soggetto non tanto per il reato commesso, quanto per lo status di “recidivo”. E nell’ottica di queste misure non è tanto la persona a porsi di fronte al giudice, quanto piuttosto la sua fedina penale. I provvedimenti instaurano un meccanismo punitivo che impone al giudice di comminare la condanna all’ergastolo o ad un numero di anni di fatto corrispondenti, nel caso in cui il reo commetta per la terza volta un reato che rientri nella categoria dei reati di mafia. E sono leggi quelle del “tre volte e sei fuori”, che appartenendo alla “famiglia” delle misure di condanna obbligatoria, s’impongono senza lasciare discrezionalità. Al giudice, ovviamente. E di questi tempi, con la magistratura che ci ritroviamo, spesso forte con i deboli e debole con i forti, sarebbe già una mezza rivoluzione. Caso Bossetti docet.
