Editoriali

Un benessere sospetto

{module Firma _Federico Kliche de La Grange}Come il protagonista del film La finestra sul cortile, di Alfred Hitchcock, mentre me ne sto, per un banale incidente a un ginocchio, affacciato al balcone di casa, da cui osservo il traffico di questa città, scopro, banalmente, il delitto, che poi sono le auto di media e grossa cilindrata che sfrecciano per la strada, anche in mano a esuberanti lattanti, di gran lunga superiori a quanto potremmo permetterci di questi tempi. Fenomeno difficile da credere e soprattutto da spiegare, in una città segnata dalla recessione, dalla disoccupazione e dove la maggior parte delle persone si arrangia, vive con poco, magari aiutata dalla famiglia.

Per cui mi viene facile chiedermi qual è la ricetta per vivere bene qui ai tempi della crisi. Perché se c’è una parte di popolazione che vive grazie al posto statale, regionale o comunale, fisso o precario, o sopravvive con sussidi e consulenze varie, lavorando alla giornata o conducendo il piccolo o medio agrumeto di famiglia, ce n’è un’altra parte, altrettanto consistente, che penso viva di proventi di dubbia provenienza. Altrimenti tanto benessere sarebbe inspiegabile. Oddio, vivere di illeciti non è difficile e non è sempre una colpa in un paese che ha la più alta tassazione del mondo, la legislazione del lavoro più assurda e incomprensibile che esista e la burocrazia più idiota dell’universo. A volte, per le imprese, aggirare leggi insensate è anche un fatto di sopravvivenza, di legittima difesa. Ma non è questo il problema. Non è il sommerso o l’evasione fiscale che mi interessa, anzi. Qui c’è dell’altro. C’è una fetta di popolazione, soprattutto giovanile, che probabilmente vive comodamente facendo strani mestieri. Azzardando, si potrebbe dire che vive o arrotonda spacciando droga? Direi proprio di sì, perché questo, per chi non lo sapesse, è il mestiere oggi più conveniente in città, vista la forte crescita della domanda. Perché si rischia poco; perché occorrono pochi capitali e senza avere a che fare con grossi trafficanti o grossi criminali; perché lo puoi fare apertamente, alla luce del sole; perché qui la droga è un fatto di famiglia, nel senso che se non ci fosse questo sfogo molte famiglie (e in parte la nostra società) sarebbero a pezzi per via di forti tensioni provocate da un tasso di disoccupazione giovanile altissimo. Intendiamoci, le forze di polizia fanno il loro dovere: se compito di queste è mantenere l’ordine sociale sarebbe infatti disastroso arrestare gli spacciatori di strada o quelli a domicilio o quelli dei locali o quelli delle salumerie, ristoranti, negozi, studi professionali, eccetera. Significherebbe fare esplodere la città e darla in pasto alla guerra civile o all’anarchia totale (che al coriglianese viene bene). Perché una parte dell’economia di questa città si regge appunto sui proventi della droga. E qui non si tratta di ingenti capitali che poi sono riciclati in affari e traffici leciti, coi soliti imprenditori impegnati a ripulire i soldi sporchi. Nossignore, qui si tratta di denaro contante pulito. Piccole transazioni in contanti, capillari, fatte tra gente comune, che sfuggono a qualsiasi controllo. La crisi, qui, con la collaborazione di quelle vere e proprie associazioni a delinquere che sono le banche, che dopo aver fatto il pieno di soldi hanno chiuso il rubinetto del credito a famiglie e imprese, ha gettato la nostra economia sul lastrico. Per cui le uniche risorse delle famiglie e dei singoli sono i soldi pubblici, con i quali magari fare impresa grazie proprio, non ci crederete, alla droga, al piccolo spaccio. Il rendimento è altissimo a brevissimo termine. Ad esempio, se una persona normale che guadagna 7-800 euro al mese, magari grazie a un posticino pubblico o privato, ne investe la metà in droga, raddoppia in poco tempo l’investimento, con buona pace di tutti. E qui entra anche in gioco l’errore più comune che commettono in molti quando si parla di droga: continuare a credere che con la droga si costruiscano imperi economici, quando in realtà i soldi del traffico si ridistribuiscono subito in una microeconomia che salva l’ordine pubblico locale, altro che INPS e sussidi di disoccupazione. Certo ci sono i grossi traffici, ma lì grosse ricchezze non se ne fanno, poiché i guadagni sono immediatamente reinvestiti nel traffico internazionale. E in questo i trafficanti sono veri imprenditori: reinvestono il capitale e danno lavoro. Soprattutto da quando hanno capito che il settore delle estorsioni non tira più, un po’ per i controlli divenuti asfissianti, un po’ per la crisi, un po’ per la reazione della gente. Mentre dalla droga si ottiene, in tutta tranquillità, denaro contante e soprattutto pulito. La storia del benessere di questa città, ma di qualunque altro posto simile, è anche questa. Il resto, compresi i teoremi e le grandi diagnosi sociologiche del problema, è fatto di grandi seghe mentali (e non solo), utili solo a diffondere sospetti e ad alimentare fulminanti carriere politiche di gente che fa finta di occuparsi della droga. Perché se la politica volesse occuparsi sul serio del problema dovrebbe farlo nell’unico modo possibile: spingendo per la sua liberalizzazione. Adieu.