
{module Firma_direttore}Non incontravo Giuseppe Geraci da qualche mese. Lo ritrovo lì dove lo avevo lasciato, nel suo studio di Palazzo Garopoli, per nulla sereno, poiché alle prese, ancora una volta, con un’opinione pubblica distratta dalla solita gogna mediatica, che, da queste parti, è ormai diventata un modo di pensare. Uno stile. Un metodo. Un clima morale, che impedisce alla politica (e quindi alla città) di affrontare e discutere temi e problemi più seri.
“Ah come vorrei discutere di politica, di cultura, di economia”, diceva ieri, uno sconfortato Geraci, mentre lo impiccavano per la futile questione di una casa, pare di proprietà di un nipote, affittata regolarmente a una cooperativa che dovrà ospitare alcuni immigrati. Una vergogna che Geraci avrebbe dovuto evitare vigilando e controllando, dice certa stampa, frettolosa nel dare giudizi morali, ma stranamente tardiva sia nel capire che nessuno può (e deve) sapere ciò che fanno i propri parenti (in una vicenda, tra l’altro, che di vergognoso non ha nulla, anzi), sia nel dimenticare di impiccare per i piedi chi realmente lucra sulla pelle di tanti disgraziati. Piccole dimenticanze, che hanno permesso a tanti imbecilli, soprattutto del web, di scagliare addosso al sindaco, come veri e propri macigni, un’indecente e vigliacca marea di battute, accuse e giudizi.
Un’aggressività indegna di un paese libero e civile, perché violenta. Un cortocircuito del pensiero, che non appartiene al mondo dell’informazione e in particolare a internet, che è solo uno strumento e un amplificatore (tanto più temibile perché senza confini e senza regole), ma appartiene a quella gogna mediatica che solo qui è diventata un atteggiamento mentale, stavo per dire una cultura, perché praticato dalla classe dirigente attraverso la politica, i giornali e, appunto, il web.
E’ uno stile ormai comunemente accettato, anche dalla gente comune, che forse ci dice che è cominciata un’epoca decadente della politica e del giornalismo che non cerca più di raccontare, di capire, di discutere di cose serie, reali, dei tanti problemi del territorio e della società, ma al contrario costruisce storie volgari, attribuisce pensieri e intenzioni agli altri, indicandoli come soggetti da esporre alla berlina, da calunniare, da colpire, da rovinare, da annientare, magari senza sapere perché. Come accadde, qualche anno fa, a Pasqualina Straface, che indicata da tutti i giornali come presunta “mafiosa” (e poi fortunatamente prosciolta in istruttoria da ogni sospetto, perché persona perbene) fu esposta a secchiate d’insulti e fu bersaglio di sentimenti di rabbia, orrore, sghignazzo, odio senza che nessuno la difendesse e con lei difendesse la nostra libertà. Era l’affermazione di un modo di fare informazione tribale e fuori controllo che ha liberalizzato la calunnia, il sospetto, il turpiloquio, l’insulto e l’invettiva personale come fossero veraci manifestazioni di libertà e non segnali d’imbarbarimento, il massacro della civiltà liberale, dei rapporti e del rispetto tra avversari, di quel tono signorile che non è una formalità, ma un modo di essere, di comportarsi, di vivere con gli altri.
Che abissale differenza con il passato, quando, ad esempio, D’Annunzio definiva Marinetti “un cretino con qualche lampo d’imbecillità”. Ma D’Annunzio era D’Annunzio, mentre oggi, come ha scritto Natalia Aspesi, “anche le persone colte, o forse soprattutto le persone colte, stanno perdendo l’abitudine al dialogo, allo scambio di idee, alla voglia di sapere con pacatezza i propri perché. Oggi l’incontro è sostituito dallo scontro: la curiosità e la sapienza sono sostituiti dalla stizza e dal disprezzo”. Un disprezzo orribile, perché finalizzato a distruggere, ad annientare l’altro psicologicamente e moralmente, a creare un clima di giustizia sommaria che può devastare chi la subisce. E se questo è lo stile della politica e dei giornali non stupisce che lo sia anche della gente comune, la quale ha fatto della cultura del sospetto, della calunnia, della maldicenza o addirittura di un semplice vaffanculo un programma di governo, un metodo politico e giornalistico che si dilata, si distende, si espande fino a dare spazio a veri e propri cretini che nulla sanno di politica o di governo delle città. E nell’incitamento alla lapidazione, nella voglia di colpire le singole persone, c’è l’orrido scivolare verso metodi da guerra civile, quel sistema che trasforma la piazza, reale o virtuale che sia, in un palcoscenico in cui ogni cosa ha un tono che dispensa tutti i presenti da qualunque responsabilità, anche solo quello di pensare. Basta distruggere. Allora si capisce il pericolo. E si capisce anche che è un pericolo al tempo stesso vecchio e nuovo: la cultura della gogna, dunque, che sarà anche mediatica, ma che è di una pericolosità mortale. Assolutamente.
