
{module Firma_Anton Giulio Madeo}In questi giorni la città ha vissuto momenti d’ansia, a causa dell’allerta meteo e di quella neve che nella sua normalità avrebbe sconvolto la nostra vita. Sono state giornate terribili, intense, a detta di molti, in cui, qualcuno, vedendo il cielo rabbuiarsi nella cappa di nuvoloni neri, e poi i fiocchi di neve, come in una normale nevicata di gennaio (perché è gennaio), si è chiesto se quella fosse la nevicata che i meteorologi ci avevano promesso per chiudere uffici e scuole e rallentare molti lavori.
Sarà normale o è la “tempesta di neve”?, si chiedevano in molti guardando il cielo, e non c’era il tempo di dare una risposta, ché appena il cielo diventava poco poco più minaccioso i social e i siti web lanciavano quell’inquietante “allerta neve” (spesso fai da te) che da giorni ci tormentava: “Arriverà nel pomeriggio”, diceva qualcuno a mezzogiorno. “L’emergenza è passata”, si leggeva sui blog nel pomeriggio. “E’ neve” ma “non attecchirà”, era poi la rassicurante sentenza della sera, anche se per l’indomani si prorogavano le misure precauzionali, che, guarda caso, e per la gioia di insegnanti, studenti e dipendenti pubblici nulla facenti, erano solo un altro giorno di uffici e scuole chiuse e mai qualche chilo di sale in più per le strade. Giusto per far vacillare l’alibi di quelli che dicono che non si va al lavoro perché ci sono ghiaccio e neve.
E l’effetto, quello sì, è stato stupefacente, al mattino: nonostante qualche centimetro di neve strade e uffici e ospedale semivuoti, gente nei bar, scuole spettrali e un cielo grigio ma non pericoloso, che spingeva i soliti furbi a stare a casa e quindi a chiedersi se fosse prudente uscire, per andare al lavoro o solo a fare la spesa, perché se, per volere del prefetto e del sindaco, i figli stanno a casa, vuol dire che qui ci scappa la tempesta perfetta. Per cui, dopo tutto questo casino, la “maxi nevicata” era diventata reale senza bisogno di cadere. Tanto che, dopo una prima imbiancata senza cataclisma, qualcuno, pur sollevato, pareva quasi deluso: ma allora non era “la tempesta che ci avevano promesso”.
E’ questione di lingua, prima di tutto: “allerta meteo” invece di “neve in arrivo”, come tante altre volte in passato, quando gli spazzini erano tali e non operatori ecologici. E’ ansia da attesa del Giudizio Universale. E’ l’Apocalissi immaginata. Apocalissi temibile, sì, ma poi non riconoscibile immediatamente. Perciò, che cosa difficile è stata quest’allerta meteo. Mettetevi, ad esempio, nei panni di alcuni poveri dipendenti del nostro povero ospedale: che incertezza, si sono trovati tra l’incudine di stare a casa per paura che qualcosa di brutto accadesse e il martello di dover andare al lavoro, a fare il proprio dovere, come hanno fatto tanti loro colleghi che dell’allerta meteo se ne sono fregati pur di garantire un servizio necessario alla città. Dilemma terribile, irrisolvibile. E’ l’incertezza di quello stupido principio di precauzione che è applicato per paura (o convenienza) a quasi tutto. Intanto qui bisognerebbe fare i conti in tasca all’allerta meteo: scuole chiuse, gente a casa, lavoro sospeso o a rilento, soprattutto in alcuni reparti dell’ospedale e in un periodo cruciale per la nostra salute. E intanto dalla gente si leva il coro: cari responsabili degli uffici pubblici, la prossima volta controllate se i vostri dipendenti siano davvero nelle condizioni di non poter raggiungere i luoghi di lavoro. Evitate i due pesi e le due misure, quelle di chi lavora sempre, con scrupolo, in sprezzo all’allerta meteo e quelle dei soliti furbetti del quartierino. Che tristezza. Per cui ci chiediamo: ma che si aspetta a mettere in pratica il codice di disciplina per punire finalmente chi di lavorare non vuole proprio saperne? Sarebbe un ottimo segnale di disponibilità e attenzione verso la gente. O no?
