{module Firma_direttore}Che nessuno se la prenda, per l’amor di Dio, come direbbe il nostro Commendatore, ma ho la netta sensazione che questa vicenda della commissione d’accesso antimafia al comune di Corigliano stia diventando la cosa più pericolosa, tediosa e incomprensibile dell’anno. E non lo dico perché penso che ci sia la mafia al comune, per le mie repulsioni libertarie o per fatto estetico e avversione visiva a tutto ciò che sa di Stato, ma per il fatto che questa vicenda, alimentando gli odi, i rancori, le stupidità e spesso anche le pazzie più recondite di questa città, sta facendo diventare il sospetto e la denuncia gli sport preferiti dai coriglianesi. Non ci crederete ma è proprio così: siamo al caos generalizzato, totale, sul fronte della corretta interpretazione di ciò che sta avvenendo o potrebbe avvenire al municipio. Così ci ritroviamo professionisti che campano speculando sulla denuncia, magari cercando di alimentare nella gente la cultura del sospetto sui conti del comune, quando di sospetti ne dovremmo avere più di uno su di loro e sulle loro inquietanti amicizie, altri che denunciano alla commissione prefettizia buche nelle strade e fogne a cielo aperto, che il sindaco non avrebbe ancora riparato, che non sappiamo che legame potrebbero avere con la mafia, grossi professori universitari che insegnano poco e denunciano molto, inviando lettere farneticanti, e imbarazzanti sul piano grammaticale e linguistico, contro il povero Geraci, descritto come una specie di Vallanzasca (senza però mai dire di quali orrendi crimini si sarebbe macchiato), politici, prima amici e alleati di Geraci poi suoi feroci nemici, tanto da definirlo un delinquente abituale, senza sapere neanche il perché, che oggi, pur detestandolo ancora, mandano segnali di distensione, baci e abbracci, senza sapere ugualmente il perché, progressisti che denunciano improvvisamente il barbaro fascista che dovrebbe dimettersi per evitare una nuova vergogna al territorio, e potremmo continuare per decine e decine di righe. Una penosa vicenda che non conosce sosta ed è ancora più paradossale se si pensa che, con tutte le evoluzioni e involuzioni del caso, va avanti da alcuni mesi, alimentata anche dai pettegolezzi di una stampa fuori di testa che senza maldicenze mafiose non saprebbe di che vivere. In ogni altro luogo della Terra chi si fregia della patente di membro della classe dirigente (e questi soggetti dovrebbero averla) tende sempre a fare discorsi seri e costruttivi per il bene di tutti, a smorzare i toni e gli animi. Qui da noi, invece, avviene il contrario. Ogni occasione è buona, per i nostri dirigenti, per alzare la voce e sputtanare la città, che dipinta come se fosse una nuova Gomorra evita così di confrontarsi sulle cose serie e di interrogarsi sulle proprie debolezze. Al punto che affiora un dubbio di per sé inquietante: la nostra classe dirigente è ancora capace d’intendere e di volere? Perché se qui chiunque osi dare un senso alla politica decrittando deficit e sconcezze, falsità e reticenze è linciato sul piano morale e politico, come sta avvenendo a Geraci, vuol dire che siamo tutti da manicomio. Per cui è inutile che il sindaco si sforzi, coi suoi collaboratori, di approvare bilanci e di costituire commissioni consiliari per discutere della fusione col comune di Rossano, finora affrontata malissimo, soprattutto sul fronte della verifica dei conti e delle finanze dei due comuni, perché qui l’unica cosa che serve sul serio è una commissione psichiatrica, capace di emettere una specie di TSO collegiale, cui sottoporre tutti quelli che non ci stanno più con la testa. Lo si può fare? È permesso farlo? Non lo sappiamo. Sappiamo, però, che essendoci così tanta retorica e così tante chiacchiere in questa faccenda astiosa e divisiva della commissione d’accesso, antimafia, nutrimento quotidiano per gli istigatori di odio, sarebbe opportuno che i commissari prendessero in fretta le loro decisioni. Che in fretta ci dicessero se siamo o no un paese mafioso. Perché qui, per come siamo fatti e per il clima che si è creato, se la giustizia farà il suo corso in maniera lentissima, sfiancante, c’è il rischio che si faccia giustizia sommaria, magari in nome di quel metodo antimafia, basato proprio sulla calunnia e la cultura del sospetto, che da molti anni, qui al Sud, è divenuto religione laica inattaccabile, ma soprattutto strumento per fare e stroncare partiti e carriere politiche. Ecco perché, nel vuoto, non raramente si alimenta una mafiosità virtuale: lo si fa per mantenere in vita il carrozzone dell’antimafia reale, che tanto bene ha fatto, e farà, a tanta brava gente. Vedere dalle parti di Palermo per credere.
