Editoriali

Quando la politica è ostaggio di giudici e prefetti

{module Firma_Edilberto de Angelis}Penso che se Karl Popper avesse conosciuto l’Italia di oggi mai avrebbe pensato alla democrazia come il governo sottoposto al controllo del popolo. Perché se il filosofo di origini austriache fosse stato così longevo da arrivare fino ai giorni nostri, si sarebbe reso conto di quanto il popolo, in democrazia, almeno da queste parti, non conti più nulla. Perché qui chi deve governare, da oltre un ventennio, quindi dai tempi di Mani Pulite, non lo decidono più i cittadini attraverso libere elezioni, in cui si confrontano metodi di governo, idee e progetti diversi, ma pezzi importanti degli apparati dello Stato, della nostra burocrazia, oscuri vincitori di concorso quali i magistrati o addirittura i prefetti, che nulla hanno a che spartire con il popolo, la politica e la democrazia. Perché, in questo paese, grazie al golpe che va sotto il nome di Tangentopoli (sostenuto dalla stampa e strumentalizzato da certi ambienti politici, per poter giungere facilmente al potere, cui, quando la magistratura ha deciso di mettersi in proprio, a un certo punto è sfuggito di mano), la verginella società (in)civile, ha miracolosamente scoperto (quasi come se, avendo abitato per anni su Marte, ne fosse del tutto estranea) che la politica non produceva più risultati decenti, probabilmente perché infetta e corrotta da mafie e malaffare, per cui andava in qualche modo ripulita, disinfettata, regolata, nell’unico modo possibile: consegnandola a furor di popolo (e infischiandosene di secoli di stato di diritto e separazione dei poteri) nelle mani di quel potente Mastro Lindo delle istituzioni che è (o vorrebbe essere) il potere burocratico – giudiziario (di qualunque natura esso sia), il quale da quello sciagurato momento è finito fuori controllo, poiché, non dovendo dar conto a nessuno, tanto meno al popolo, ha cominciato a sottoporre a un esame di abilitazione coi fiocchi, perché molto selettivo, chiunque aspirasse a far parte della classe politica, e quindi a governare in caso di elezioni e rielezioni (visto che l’Italia è sempre in campagna elettorale). Una cannonata, se si pensa che in politica, fino a poco prima che si scatenassero tutti i Di Pietro, i Woodcock, i prefetti, i Cantone e i De Magistris d’Italia, si accedeva senza alcuna selezione. Nel senso che chiunque soddisfacesse il requisito minimo della nascita e della maggiore età, e magari avesse tanta passione e una visione interessante della società, che non guastava, acquisiva il diritto a votare e a farsi votare. Tutto qui. Certo c’era il filtro dei partiti, la cosiddetta militanza, che però, secondo teorici ed epigoni di Mani Pulite, ha funzionato male, perché essendo, i partiti, ossessionati dal potere, ma io direi piuttosto dall’idea di evitare che nelle istituzioni finissero troppi cretini, perché evitarli del tutto era impresa impossibile, avevano dimenticato di bloccare i disonesti. Infatti, ai tempi della cosiddetta Prima Repubblica i dirigenti di partito avevano ancora una formazione crociana, per cui pensavano che il politico onesto fosse quello capace. Un’idea mortale per la democrazia, secondo i giustizialisti nostrani, in gran parte pieni di odio e rancore per via della difficoltà a farsi riconoscere come classe dirigente, che, oggi, grazie all’indefesso lavoro di alcuni magistrati e alcuni prefetti, è stata finalmente scongiurata, rimossa. Infatti, i cittadini il diritto a farsi votare e a governare, in caso di elezione, lo ottengono ingraziandosi prima che gli elettori magistrati e prefetti, i quali esercitato un potente, anche se sottilissimo, potere di controllo (e in qualche caso di veto) sulla politica. Per cui, ai politici conviene avere idee e comportamenti pubblici conformisti, cioè in linea con quel pensiero unico e politicamente corretto che tanto piace agli apparati burocratici e giudiziari, garanti dello status quo, perché se così non fosse alla prima occasione potrebbero ritrovarsi tra le mani un avviso di garanzia (magari per concorso esterno ad associazione mafiosa o per abuso d’ufficio) o, se eletti sindaci di un comune importante, una bella commissione d’accesso agli atti (preludio di un possibile scioglimento per infiltrazioni mafiose), che tenendoli sulla graticola mediatico-giudiziaria per un bel po’ di tempo ne garantirebbe la fine o la normalizzazione attraverso la censura o le dimissioni. Poi, starebbe al politico o all’eletto dimostrare il contrario, magari dopo una ventina d’anni di esilio, com’è accaduto al povero Calogero Mannino. E’ la rivoluzione giacobina voluta dalla gente, bellezza mia, come direbbe qualcuno, che ha spazzato via partiti che non devono più garantire capacità e meriti, autonomia e libertà (parola bruttissima, tra l’altro, di questi tempi), diritti naturali e visioni liberali della società, ma semplicemente onestà, solidarietà, statalismo, ecologismo e ovviamente tutti i buonismi e i conformismi del mondo, a cominciare dal mantenimento di un sistema burocratico – giudiziario primitivo e illiberale, che pur facendo ridere mezzo mondo (quello sì civile) non si tocca, non si riforma a costo di mandare all’aria il paese e in galera tutti quelli che ci provano. E poi chissenefrega del risultato, e cioè una rappresentanza politica da schifo, fatta da veri e propri imbecilli, che in una società poco poco più civile e dignitosa non avrebbero alcuna voce in capitolo (infatti è un fenomeno tipicamente italiano). L’importante è che siano onesti e politicamente corretti. Tutto qua. Ma, allora, se la realtà è questa, se la politica non conta più un cazzo, perché non sottoporre, direttamente, l’esercizio dell’elettorato passivo a un esame, fatto ovviamente in procura o in prefettura, su temi graditi all’establishment, superato il quale si otterrebbe una specie di patente per farsi votare ed eventualmente eleggere e governare senza pericolo di controlli e verifiche? Come avviene in campo fiscale con il 730 precompilato, che se lo accetti l’Agenzia delle entrate non ti rompe i coglioni per un anno intero. Oppure, se vogliamo farla più semplice, si potrebbero abolire le elezioni, un fastidio, che oltre a costare l’iradiddio sono scomode e noiosissime, e sostituirle col sorteggio, pescando ovviamente i nomi dei governanti in un elenco di gente omologata al pensiero unico che si troverebbe, manco a dirlo, nei tribunali o nelle prefetture. Un metodo di selezione della classe politica infallibile, che avrebbe l’indubbio vantaggio di eliminare sia i partiti, com’è avvenuto e sta avvenendo, sia quelle persone scomode che potrebbero portare, anche in Italia, quella rivoluzione liberale, imperniata su concorrenza, libero mercato, meriti e capacità, separazione dei poteri e giustizia giusta, che tante speranze ha acceso e continua ad accendere nel mondo civile, cui per il momento noi non apparteniamo.