
{module Firma_Anton Giulio Madeo}Negli ultimi nove mesi, la vicenda della commissione d’accesso al comune di Corigliano e il successivo decreto d’archiviazione del ministro degli interni, non ha avuto l’effetto di aprire un serio dibattito su un tema che, se fossimo in una città civile, sarebbe stato centrale: in una situazione del genere da che parte deve stare la classe dirigente e soprattutto come deve comportarsi? Dico che il dibattito avrebbe avuto una sua centralità se fossimo una città civile non per sminuire l’azione amministrativa del sindaco e di ciò che di conseguenza ha certificato il governo, e cioè l’assoluta mancanza d’ogni irregolarità (non solo mafiosa) al municipio di Corigliano, ma per segnalare un piccolo dramma culturale con cui deve fare i conti da sempre il nostro territorio: l’incapacità della classe dirigente di mostrare attenzione e rispetto verso le istituzioni democratiche e un carattere costruttivo riguardo ai grandi temi della politica. Senza volerci girare attorno, il tema è il seguente: di fronte a un sospetto di mafiosità del sindaco della città e dei suoi collaboratori, che avrebbe trascinato di nuovo la città nel baratro, una classe dirigente seria può permettersi un atteggiamento distaccato o addirittura di sopportaree alimentare la cultura del sospetto e il partito dello sfascio e dello sputtanamento, che sogna di superare o condizionare la democrazia rappresentativa, a colpi di fake news, maldicenze, bufale digitali e progetti eversivi? Noi siamo stati forse gli unici a dire che non si può, che non si fa e che di fronte a un’accusa del genere, che coinvolgeva tutti e che tutti sapevano palesemente infondata, conoscendo di che pasta è fatto Geraci, bisognava essere prudenti, attenti e soprattutto stare dalla parte delle istituzioni, a difenderle, invece di contribuire a sputtanarle come ha infelicemente fatto la nostra miserabile classe dirigente, stampa in testa, la quale si è permessa il lusso non solo di starsene in silenzio, distaccata, non decidere da che parte stare, di non prendere posizione, come ha sempre fatto in passato, visto il suo carattere debole e vile, ma addirittura di alimentare l’idea, mentendo spudoratamente o coprendo i bugiardi, che si era di fronte a un sindaco corrotto e mafioso e quindi a una città e a istituzioni marce, come se la cosa fosse un’onorificenza. Ecco perché oggi, dopo essere usciti dall’incubo della nostra presunta mafiosità, c’era da aspettarsi che, seppur con colpevole ritardo, la borghesia cittadina scendesse in campo a favore del sindaco della città (magari partecipando alla sua conferenza stampa) con la stessa enfasi con cui ha permesso, anche indirettamente, che lo si massacrasse e sputtanasse per nove mesi. Ma ciò, purtroppo, non è accaduto, perché la nostra classe dirigente ha scelto, ancora una volta, di tacere e così abdicare al suo ruolo di guida morale del territorio, facendo un passo indietro nei momenti in cui c’è bisogno di farne uno in avanti. Senza rendersi conto che in una fase storica complicata come quella in cui viviamo essersi mostrata non solo indifferente, ma addirittura nemica di Geraci (o complice dei suoi nemici) ha significato essere diventata nemica delle istituzioni, che se abbandonate a se stesse perché considerare sempre e comunque centro di complotti e del malaffare, diventano facile preda di tutte le mafie. Sappiamo quanto sia difficile misurare la forza di una classe dirigente ma a volte basta un qualche dettaglio. Basta, per esempio, osservare cosa succede nelle più importanti città per capire che una situazione come la nostra non esiste forse in nessuna parte del mondo. Per cui, dopo aver guardato cosa accade altrove, viene spontaneo porsi una domanda: ma in questo territorio esiste una classe dirigente degna di questo nome? Per provare a rispondere al quesito (la cui risposta ci sembra essere più un no secco che un prudente sì) bisogna andare più a fondo e mettere a fuoco il grande equivoco che si trova alla base di tutto. Un grande equivoco che coincide con una parola con cui molti hanno costruito una fortuna e che oggi più che in passato rischia di essere una minaccia per la democrazia: il terzismo vigliacco. Per anni, un pezzo importante del nostro territorio, ben rappresentato soprattutto da imprenditori e liberi professionisti, ha scelto di non prendere una posizione netta a favore di qualcuno o contro qualcuno, ma ha deciso vigliaccamente di starsene dietro le quinte, a osservare, passiva, il gonfiarsi di una bolla pericolosa, quella del pettegolezzo e dello sputtanamento delle istituzioni, portato avanti da utili idioti, che ha finito così per sostenere una classe politica che spesso, essendo inappropriata o incapace a rappresentare il territorio, le sue necessità e i suoi valori, e a difenderlo dalle mafie e dalla mafiosità, ha tutelato interessi più o meno leciti e legittimi che in altre circostanze, quindi con politici degni di questo nome, mai sarebbero stati tutelati. Non scegliere ma sostenere, con l’indifferenza e le scappatoie, lo sputtanamento delle istituzioni, è sempre stata una scelta della nostra classe dirigente, considerata a parole virtuosa, quasi coraggiosa, quasi rivoluzionaria, che in nome di questo principio ha permesso che fosse legittimata anche una dura e tosta battaglia contro tutti e tutto (alla mani pulite, per cui tutti ladri, farabutti e mafiosi) finalizzata a produrre, come unico risultato, il caos politico e quindi l’indebolimento delle istituzioni, a cominciare da quei sindaci, alla Geraci per capirci, che volevano solo ripristinare i percorsi e le regole della buona amministrazione. Il risultato però è stato pessimo: aver pensato d’indebolire un sindaco come Geraci, ha portato, oltre all’indebolimento della politica e delle istituzioni, all’indebolimento dell’intera classe dirigente cittadina, che non ha compreso, anche per ignoranza e per spregiudicatezza, che proprio Geraci, sin dal suo insediamento, aveva fatto suoi molti temi propri di quella che storicamente dovrebbe essere una classe dirigente colta e illuminata. Ecco perché oggi la città e la sua classe dirigente, dopo il decreto del ministro degli interni e i risultati ottenuti da Geraci, si ritrovano di fronte a un problema mica da poco: come si fa a essere contro un sindaco che oggi è l’unico baluardo di quella rivoluzione civile di cui questo territorio e la sua classe dirigente, anche in funzione della futura città unica, hanno bisogno come il pane? E’ se ci si pensa bene lo stesso problema rischia di averlo anche quell’altro pezzo di classe dirigente cittadina che ha tentato di utilizzare il moralismo come surrogato del riformismo e che ha impugnato a lungo, tramite la cattiva stampa, l’arma della questione morale per distruggere Geraci prima come uomo e poi come sindaco. Per farlo, in entrambi i casi, bisogna rinnegare se stessi e la classe dirigente del nostro territorio lo ha fatto. Speriamo che sia un caso isolato. E che la classe dirigente cittadina possa presto rinsavire e fare una scelta finalmente coraggiosa e utile. Non agli idioti. Questi sì, inutili.
