Editoriali

Dite a chi ha vinto le elezioni che solo il federalismo può salvare il Sud

{module Firma_direttore}Quando Giacinto Casciaro cominciò la sua preziosa collaborazione con il periodico Progetto Sibari, da me diretto, scatenò subito un putiferio con la proposta di Sibari provincia. Il clamore suscitato da decine di suoi articoli fu talmente forte che presto un gruppo di volenterosi, guidato dallo stesso Casciaro, diede vita all’ambizioso comitato per l’autonomia della Sibaritide, che non centrò il suo obiettivo per un soffio, poiché, da quel momento, i governi d’istituire nuove province non ne vollero più sapere. Ricordo che, all’epoca, in polemica con lo stesso Casciaro, condivisi la decisione del governo, poiché ritenevo che, in quella fase di vacche magre, di tutto si aveva bisogno tranne di nuovi enti, che, per curare attività marginali (e clientelari), fagocitavano (e dissipavano) il denaro dei contribuenti e moltiplicavano, ancora di più, il ceto parassitario dello stato. Tuttavia, e approfittando di quello che sarebbe stato poi l’epitaffio funebre di una delle tante battaglie di retroguardia combattute dalla nostra classe dirigente, lanciai una sfida coraggiosa e provocatoria: dissi che se proprio si voleva salvare il comitato per Sibari provincia che lo si trasformasse in un movimento politico, capace di sostenere un progetto federalista forte, competitivo, basato proprio sulle province (magari rivedendo i loro odierni irrazionali confini), in grado di rilanciare il Mezzogiorno e riportarlo al centro del dibattito politico. L’idea, banalmente, era questa: se vogliamo migliorare i conti pubblici dobbiamo abbattere i costi dello stato. E uno dei modi migliori per farlo è quello di ridurre trasferimenti e spesa pubblica, e nello stesso tempo snellire l’apparato politico-burocratico con l’abolizione di alcuni costosissimi enti intermedi (di spesa folle), che stanno tra lo stato centrale e il cittadino, a cominciare, però, non dalle province, ma dalle regioni che, sostituendo a un centralismo statale asfissiante un centralismo regionale ai limiti della criminalità, sono diventate il vero centro dello spreco e del malaffare nazionale. Al loro posto dovrebbe esserci un unico ente intermedio, che potrebbe essere proprio la provincia, alla quale riconoscere potestà legislativa esclusiva, in tutte le materie che le sarebbero attribuite. Tra queste le più importanti dovrebbero essere: la sanità, l’istruzione a tutti i livelli, una parte della giustizia e dell’ordine pubblico, la previdenza, l’assistenza sociale, la politica fiscale e l’assetto istituzionale (potestà statutaria) di ogni singolo ente. Il vantaggio sarebbe che le dimensioni di questo ente sarebbero sufficientemente grandi, in modo da ripartire il costo principale del suo funzionamento su un numero adeguato di persone, contenendolo, e sufficientemente piccole per consentire un controllo efficace dei cittadini sulle decisioni politiche locali. I vantaggi, soprattutto per il Sud, ad avere enti territoriali e decisionali intermedi così piccoli sarebbero stati notevoli. Infatti, tutte le istituzioni che avrebbero il potere di tassare e regolamentare la proprietà e la vita dei cittadini, sarebbero sottoposte a due regole fondamentali: al principio di concorrenza tra gli stessi enti e al fatto che le decisioni, soprattutto le più importanti, sarebbero prese sempre dall’ente più vicino al cittadino, aumentando così il controllo di quest’ultimo sul governo. Senza trascurare l’accettazione del principio di responsabilità da parte dei cittadini meridionali. Tutto il contrario di ciò che avviene oggi con le regioni, veri centri di spreco e di malaffare, ormai sfuggiti a ogni controllo. Significherebbe, anche, che gli enti più efficienti, sia in termini sociali sia economici (maggiore sicurezza e maggiore remunerazione degli investimenti), attrarrebbero più capitali e più residenti, mentre quelli meno efficienti li perderebbero. Ci sembra evidente che un governo locale che tassa e regola i suoi cittadini e le sue imprese più dei suoi concorrenti, sarà inevitabilmente soggetto ad emigrazione del lavoro, del capitale e degli individui (quindi dei cervelli), e così condannato alla perdita degli introiti fiscali futuri. Quanto poi al controllo che il cittadino potrebbe esercitare sul governo locale, ci sembra evidente che per le popolazioni locali è molto più facile essere informati sulle decisioni che vengono prese dalla classe politica e, inoltre, la ridotta dimensione della popolazione residente farebbe sì che la base su cui graveranno i costi delle scelte politiche sia più piccola ed il costo pro-capite delle decisioni sia più alto. Facciamo un esempio per capire. Immaginiamo una proposta di spesa dell’ordine di cento milioni di euro, per la Sibaritide. Se il costo della spesa gravasse su tutti i cittadini italiani, il costo pro-capite sarebbe di soli 17,50 euro a testa. E’ ovvio che, in questo caso, l’incentivo che avrebbe il cittadino a controllare la spesa sarebbe davvero modesto. Se, invece, quella spesa gravasse su una popolazione di 300/400 mila abitanti l’incentivo che avrebbe ogni singolo cittadino a controllare che la spesa sia necessaria e giustificabile sarebbe molto più alto. Tanto, troppo, per potersi permettere il lusso di disinteressarsi agli affari pubblici. Ma un decentramento del genere, basato sul principio di concorrenza, avrebbe anche il merito di contribuire al ricambio (e al miglioramento) della nostra classe dirigente, poiché lì dove si verificassero condizioni sfavorevoli (sotto ogni aspetto) ci sarebbe una maggiore motivazione dei cittadini residenti a sbarazzarsi di chi ha governato male e ha contribuito a rendere l’ente poco appetibile sotto l’aspetto sia economico sia sociale. Sarebbe, questa, la conferma della democrazia intesa come il miglior strumento per sbarazzarsi pacificamente di una classe politica inetta.