Editoriali

E ora provate a prenderla sul serio questa fusione. Appunti.

{module Firma_Anton Giulio Madeo}Mai avrei immaginato di dover prendere sul serio la fusione tra Corigliano e Rossano. Confesso di non averla mai pensata come cosa concreta, anche in tempi in cui le due città sono state molto più vicine di oggi. Per scacciare il pensiero mi bastava l’idea (idiota) della Provincia della Sibaritide, ero pago della paranoia dell’Area Urbana e le facce e le fogge di chi la proponeva per me parlavano da sole. Ora, però, tutto è cambiato, per via di una legge regionale imbecille e di un conseguente referendum “democratico”, con cui poco più del 20 per cento degli elettori (su una popolazione di 80 mila abitanti), forse ingannanti dalle promesse di un manipolo di cialtroni e sciagurati, ha stabilito che bisogna fondersi e basta. Snobismo elitario, il mio, direte. Forse. Solo che ora, una volta finite le procedure truffaldine e il folklore, qui bisogna cominciare a prendere sul serio questa orribile faccenda della città unica e proporre qualcosa, soprattutto dal punto di vista politico-culturale e dei principi che stanno alla base di una vera comunità, che possa evitare che i cretini di turno facciano danni e pensino sciocchezze. Qui, intanto, ci sarebbe bisogno di gente più seria e meno pecoreccia e caciarona di quella che abbiamo conosciuto, che abbia la capacità di dettare l’agenda alla politica del territorio, in nome di una formula finalizzata a marginalizzare le proposte ridicole cui abbiamo assistito finora (tipo riapertura di tribunali, nuovi uffici e fondi pubblici per continuare a garantire chiu pilu pe’ tutti), opportunismi e conservatorismi, di qualunque natura, e a ridare slancio alla nuova città e a ciò che la dovrebbe caratterizzare. Pensiamo che la formula sia molto semplice, e si racchiuda in una vera e propria rivoluzione culturale e morale, che sia soprattutto una rivoluzione di verità, la quale può partire solo da chi, superando in modo radicale e definitivo vecchie idee, vecchi steccati e vecchi contenitori della politica, abbia dimostrato di amare davvero questo territorio nella sua unicità. Infatti, alla nuova città servirebbe un manifesto politico-culturale cui aderire, che possa permettere a tanti uomini di buona volontà e capacità di (ri)mettersi davvero in gioco, pensando non tanto a se stessi ma ai figli, ai nipoti, al domani. Un manifesto basato su pochi punti essenziali, il primo dei quali dev’essere la verità, che poi non è altro che la capacità di una classe dirigente a descrivere correttamente la realtà, senza indugi. Infatti, provate a pensare che rivoluzione sarebbe la verità in politica, che ovviamente dovrebbe dare l’esempio, oppure nelle aule dei tribunali, negli ospedali, nelle relazioni di lavoro come nelle case, nelle scuole come nelle professioni. Chi mente è fuori. Il politico incapace e corrotto, il giudice inetto che gioca con la vita delle persone, l’avvocato che ci marcia, il venditore disonesto, il medico incompetente. Insomma: per tutti nessuna pietà. Poi, altro principio, l’amore, inteso come capacità di voler bene a questa nuova città e di migliorare ciò che la compone e la circonda, perché una classe dirigente illuminata, colta, persegue i propri interessi cercando di favorire anche gli altri, il cosiddetto interesse generale. Terzo punto, il principio di responsabilità. Perché ognuno abbia consapevolezza delle proprie azioni. E’ indegno assistere ancora allo spettacolo di uomini che non riescono ad assumersi le proprie responsabilità. Ho governato questa città, ma tanti mi hanno impedito di fare quel che avevo promesso; ho rubato ma l’ho fatto perché ho moglie e figli affamati; ho corrotto e mi sono fatto corrompere perché c’era da salvaguardare l’azienda o addirittura la nobile arte della politica. E’ ora di dire basta a questo ignobile teatrino. Occorre rimettere le cose a posto, affinché chi ha sbagliato paghi senza sconti o attenuanti. Quarto principio, l’utilità. Evitare l’immobilismo e la pigrizia, rendendosi utili alla società, a iniziare da se stessi. Impegnarsi in tutto: nel lavoro come nella vita, prestando il proprio servizio anche a beneficio di chi ha davvero bisogno, come accade nel volontariato. Quinto, la qualità, perché noi che siamo terra di bellezza e buongusto non possiamo accettare la sciatteria, le cose fatte male, la bruttezza, la volgarità, il disordine. Abbiamo l’obbligo di migliorare il giudizio critico in ogni aspetto della nostra vita. Sesto, il benessere. Non vergogniamoci di essere anche una città del divertimento. Il divertimento non è un reato, purché sia sviluppato nel rispetto degli altri e della città. Settimo, il merito, perché la nostra comunità, d’ora in poi, dovrà reggersi sulla meritocrazia. A scuola come sul posto di lavoro, in politica come nell’imprenditoria e nelle professioni o nel pubblico impiego. Basta con il livellamento verso il basso. Basta con la mentalità della raccomandazione, del favore, della prevaricazione, dell’abuso, perché si può essere figli anche del potente di turno, ma se sei un cretino non vai da nessuna parte e non sei utile a nessuno. Se si deve assegnare un lavoro, non si guardi più alla tessera di partito o all’amicizia condizionata dal ritorno di un utile. Sarò un sognatore, sarò anche un ingenuo, che di questi tempi crede ancora alla befana, ma un manifesto del genere, fatto di piccole e banali cose, aperto anche ad altre idee, potrebbe essere uno scossone per la nuova città e la sua sonnolenta classe dirigente, perché formato da principi assoluti e condivisi. I quali dovrebbero spingerci a dire basta ai compromessi, alla mediocrità, all’ipocrisia dell’arte d’arrangiarsi. D’ora in poi si starà o di qua o di là. Si dirà sì o no, dentro o fuori. So della difficoltà a far passare un’idea del genere, specie in una realtà come la nostra, in cui nessuno ha le palle per decidere e scegliere. Ma so di rivolgermi ancora a persone che vivono di autenticità. Sarà anche un’élite. Che interessa poco alla politica. Ma in fondo chissenefrega.