Editoriali

Occorre un piano strategico dell’economia

{module Firma _Federico Kliche de La Grange}Da mesi la rete è piena di personaggetti del movimentismo locale, che, pensando di essere dei giganti della politica, straparlano, senza alcuna idea, delle opportunità che offrirebbe la fusione Corigliano – Rossano. Di solito do poco peso a ciò che si legge sul comune unico, trovando l’argomento noiosissimo, soprattutto quando c’è da ripetere, a questi dementi della politica locale, che la fusione dei due comuni può essere una grande opportunità solo nel caso in cui si riuscisse a prendere sul serio un piano strategico di politica economica, che sia frutto di idee, studio e duro lavoro di collaborazione e confronto tra vari soggetti del territorio, pubblici e privati, che così potrebbero fissare le caratteristiche programmatiche del sistema economico, in cui sono racchiusi produzioni, servizi, imprese, lavoratori e occupazione. Un piano che qui da noi, purtroppo, è sempre mancato, perché non c’è mai stata collaborazione tra le forze produttive e istituzionali del territorio. Ognuno, per anni, è andato per conto proprio, dimenticando che lavoro, investimenti, imprese, attrattività, ambiente non possono trovare soluzione ai loro problemi se non si indicano scelte strategiche comuni. Che oggi potrebbero arrivare grazie alla città unica, ma a condizione che la sua classe dirigente si ponga domande del tipo: per cosa, come e dove produrre, quali servizi realizzare, a quale tipo d’impresa ambire, dove e come attingere le necessarie risorse pubbliche e private per far crescere l’economia del territorio. E per farlo, o per comprendere meglio l’esigenza di una nuova strategia città-territorio per produzioni e servizi, dovrà partire dalla crisi dei due settori a maggior incidenza per la formazione della nostra ricchezza e per il numero di occupati: l’agricoltura e le costruzioni, entrambi fondamentali per oltre mezzo secolo. Ebbene, la politica economica territoriale dei prossimi anni dovrà identificare nuovi filoni per produzioni e servizi, e di riflesso per l’occupazione, in grado di compensare i forti cali che hanno fatto registrare i due settori trainanti la nostra economia. I dati che arrivano dagli ultimi anni dicono che per rilanciare produzioni e occupazione bisognerà concentrarsi su settori vitali, che sono tra l’altro alla nostra portata, quali la piccola e media industria, l’agro alimentare 4.0, l’artigianato di qualità e soprattutto il turismo, non solo culturale, e all’interno di questi identificare le risposte da dare alla crisi e al dopo crisi in chiave di città unica. Potenziare la struttura ricettiva e aumentare l’attrattività del territorio, ad esempio con forti investimenti pubblici e privati, è fondamentale dal punto di vista turistico, così come coordinare presenze e presentazioni in giro per l’Italia e il mondo delle nostre peculiarità è indispensabile. Ma l’attrattività del nostro territorio, tutto, deve essere la cornice di un piano strategico di politica economica (oltre che urbanistico), al cui interno debbono emergere maggiori investimenti e sostegno per i settori economici a forte espansione, e minori per quelli le cui performance sono deludenti, con la riconversione occupazionale verso i vincenti e verso i servizi. E’ ovvio che la breve sintesi che abbiamo fatto richiede ben altro approfondimento e impone di coinvolgere nella stesura del piano le categorie economiche (quelle serie, che vogliono vivere di mercato e non di sussidi ed elemosine), la politica, l’università, in modo che ciascuno di loro possa mettere sul tavolo le proprie ricette per dare concretezza al piano e renderlo coeso, redditizio e duraturo. Pensare di percorrere sentieri disuniti tra loro, per rianimare la nostra economia, è un azzardo che non ci possiamo più permettere. La risposta alla grave crisi che stiamo attraversando, che non è solo economica e viene da lontano, deve avere nella crescita e nella voglia di fare il suo fondamento. Correggere gli sprechi e ridurre il peso della burocrazia e del fisco (magari pensando al Sud come a un’unica grande area franca), sostenere le imprese private serie ovunque esse siano, armonizzare i costi e i tempi del sistema pubblico e renderli omogenei a livello territoriale è importante, ma senza un piano strategico di politica economica unico non può esserci sviluppo. Bene sarebbe che le categorie economiche più forti e rappresentative appoggiassero decisamente questa causa, sulla quale si gioca il nostro futuro e il futuro dell’idea stessa di fusione. Altro che posti di lavoro improduttivi.