
{module Firma_Anton Giulio Madeo}C’è qualcosa di inquietante in questa triste storia di corruzione, che vede coinvolti imprenditori, funzionari comunali e qualche ingenuo politico, accusati di avere creato, illecitamente, un cartello tra imprese (sotto certi aspetti benefico, poiché potrebbe aver eliminato l’assurda regola del maggiore ribasso, spesso sinonimo di bassa qualità dei lavori pubblici), per “addomesticate” le gare d’appalto. Ovviamente ognuno di loro è innocente fino a prova contraria, ci mancherebbe, ma se quanto sta emergendo in questa città, grazie anche a un esposto denuncia dell’ex sindaco Geraci (di cui parleremo in altro articolo), fosse vero solo in parte ci si troverebbe ad avere a che fare con imprenditori che seppur non mi senta di assolvere, perché spesso sono stati arroganti e senza scrupoli, posso di certo comprendere, poiché hanno fatto sostanzialmente quel che c’era da fare in questo contesto di merda, e cioè corrompere o essere concussi. Perché corrompere o essere concusso, per chi fa impresa, e quindi crea ricchezza e occupazione, è spesso una necessità per stare a galla, dettata dalla complessità e farraginosità del sistema degli appalti e dei lavori pubblici, da noi più volte descritto come criminale, criminogeno e assurdamente statalista. Chi invece non si può né assolvere né comprendere, perché potrebbe aver operato nell’esclusivo interesse personale, è l’insieme dei tecnici comunali indagati, i quali, se le accuse dovessero essere confermate, se da un lato costruivano una macchina propagandistica soffocante in nome della legalità, magari con i fessi, al tempo stesso tenevano atteggiamenti da veri criminali. Ecco perché di fronte a simili scandali sono inaccettabili e inutili le consuete reazioni di tipo moralistico, che non portano da nessuna parte. Accusare ancora una volta gli imprenditori, la politica e gli apparati pubblici delle peggiori nefandezze per finire col chiedere che i “puri” prendano il posto degli “impuri”, come sta facendo qualcuno in queste ore, anche con strani messaggi del tipo “stiamo lavorando per te”, che poi non si sa che cazzo voglia dire, può anche strappare qualche facile applauso, specie in un periodo dominato da odi e pulsioni giustizialiste, ma è evidente che serva a poco, poiché i corrotti di oggi erano immacolati solo poco tempo fa. Né esiste alcun criterio in grado di selezionare imprese, funzionari e dirigenti pubblici che siano in grado di resistere a ogni tentazione. Bisogna allora comprendere che l’unico vero modo per eliminare la corruzione consiste nel ridurre il potere di chi controlla e giudica. Infatti, se si vuole uscire dal diffuso malaffare esistente negli enti pubblici è necessario introdurre una netta separazione tra politica, quindi tra potere pubblico, ed economia, sottraendo allo Stato, nel suo insieme, ogni possibilità di gestire e regolare la vita produttiva e delle imprese. Se davvero vogliamo che mai più in futuro quanti costruiscono piazze e strade paghino mazzette ai funzionari pubblici o freghino il proprio concorrente è indispensabile che quelle infrastrutture siano realizzate dai privati e sul mercato. In fondo cosa fanno un politico corrotto o un burocrate disonesto? Dispongono di enorme potere e di denaro non loro e li usano per arricchirsi e ricattare le imprese, che altrimenti non potrebbero lavorare e quindi creare occupazione. Gli enti pubblici costruiscono piazze, ma lo fanno grazie ad appalti che assegnano a privati. Questo non ha senso. I politici si fanno pagare per concedere incarichi e i burocrati per truccare le gare e per accelerare o gonfiare i pagamenti, ma la loro intermediazione è ingiustificata, assurda, inutile. Chi vuole eliminare la corruzione deve allora privatizzare e liberalizzare quanto più sia possibile, perché ogni risorsa pubblica è un’opportunità per i disonesti e ogni potere regolatorio consente di costruire fortune e distruggerle, poiché è spesso sfruttato dai più spregiudicati, come potrebbero essere stati i funzionari comunali coinvolti nella vicenda (sempre se le accuse dovessero risultare vere). Scoprire oggi quanto sia facile, per questo o quell’imprenditore, catturare il regolatore e usarlo a proprio vantaggio dovrebbe farci capire che la maggiore equità si ha proprio sul libero mercato, il quale attribuisce ai consumatori il compito di emettere sentenze. Anche spesso contro le intenzioni di chi ha fatto tutto il possibile per dilatare il potere pubblico, è ormai chiaro come un potere pubblico invadente e impiccione quanto il nostro offra formidabili opportunità di facile arricchimento: a chiunque. Per questa ragione ridurre l’intervento pubblico scoraggerebbe quanti oggi trovano vantaggiosa la strada della mazzetta: per moltiplicare i loro profitti o anche solo per sopravvivere, come nel caso di molte imprese. Diverrebbe più prudente e ragionevole restare entro il quadro della legalità. Oltre a ciò va detto che un potere pubblico che dilata illimitatamente le proprie pretese è a poco a poco percepito nella sua strutturale illegittimità: si pone al livello di un criminale senza scrupoli, di fronte al quale ogni resistenza (compresa la corruzione) è più che legittima. Un’altra considerazione da farsi è che oggi quella sugli appalti è una vera e propria giungla normativa: un coacervo di leggi e regolamenti che favorisce quanti vogliono ottenere benefici illeciti e piegare ai propri interessi il sistema produttivo. Questo ci dice che vi è una grande esigenza di semplificazione: una modesta legislazione, ma soprattutto un sistema di liberalizzazioni, innescherebbe un circolo virtuoso a vantaggio delle nostre libertà, della nostra capacità di autogovernarci e sfuggire alle logiche del malaffare. Abbiamo insomma proprio bisogno di quelle riforme liberali senza le quali possiamo soltanto andare di male in peggio. Solo che con i cretini, ferocemente statalisti e dirigisti, che stanno al governo sarà molto difficile aprire una stagione riformatrice.
