
{module Firma_redazione}Lo stato, con le sue ramificazioni territoriali, sta scrivendo, in questo periodo condizionato dal coronavirus, una delle pagine più squallide e indegne della sua storia (ammesso che ne abbia mai avuto una dignitosa). Infatti, a pochi giorni dall’inizio della cosiddetta fase 3, in cui tutti siamo tornati liberi, anche di circolare fuori regione, migliaia di impiegati e dirigenti dello stato stanno cercando di evitare di dover tornare al lavoro dopo circa quattro mesi di smart working, che sarebbe meglio definire “vacanza retribuita”, come ha fatto Pietro Ichino. Sono talmente tanti i dipendenti pubblici a fuggire o a nascondersi per paura del virus (o per paraculaggine) che molti settori importanti, come la giustizia, il fisco, gli enti locali e la scuola, sono addirittura paralizzati e non si sa quando torneranno pienamente operativi. Se in tempi normali tutto questo potrebbe essere classificato tra le tante storture e furbizie del pubblico impiego, in tempi di pandemia suona come una vera vigliaccata. Di fronte all’emergenza, e chiamati per affrontarla, nessuna categoria si è tirata indietro nonostante il rischio. Per prima quella di infermieri e medici, definiti “eroi” proprio perché hanno affrontato il nemico spesso disarmati e per questo hanno lasciato sul campo morti e feriti. Poi le forze dell’ordine, i farmacisti, gli addetti ai supermercati, anche loro lasciati soli ad affrontare un nemico di cui si sapeva ben poco. Ecco perché mi sarei aspettato che questo paese avesse anche una compatta classe di magistrati, professori, impiegati comunali e del fisco eroi, disposti a rischiare qualcosa, cioè a qualunque costo e in qualunque situazione, anche la più disagiata e rischiosa, a essere esempio ai cittadini e riscattare con dignità e altruismo le loro categorie, ora più che mai, soprattutto sul lato della giustizia, chiacchierate e sputtanate. E ciò a dimostrazione che ci sono parti del nostro stato che sono importanti quanto quelle sanitarie. E invece niente: ci siamo ritrovati con una categoria di magistrati, insegnanti e impiegati del fisco e degli enti locali, non tutti ma pur sempre troppi, che si è attaccata ai diritti più cavillosi compreso quello di non dover avere nessun dovere, né professionale né etico; che ha rivendicato chissà quali garanzie, che nella sostanza non ha voglia di lavorare neppure in emergenza pur sapendo di avere lo stipendio assicurato (o forse proprio perché sa di averlo). Ecco, una classe dirigente così squallida e disgustosa come pensa di poter dare l’esempio soprattutto ai giovani, di diventare un modello? I medici e gli infermieri dei nostri ospedali, ad esempio, si sono messi in fila per fare il loro dovere quando la città e il territorio erano sotto attacco del virus, ma molti magistrati, insegnanti e impiegati di vari settori si sono rifiutati e si rifiutano di lavorare e l’unica fila che pensano di fare è quella per ritirare lo stipendio in banca. Tutto ciò è colpa di anni di devastazione della magistratura, della scuola e del pubblico impiego da parte della politica e dei sindacati di una gestione burocratica e ideologica degli apparati dello stato. Ci sono eccezioni? Certo, e per fortuna tante ma non a sufficienza per ribaltare questo andazzo di merda. Tanto che hanno permesso che in Italia il settore pubblico chiudesse prima dei bar e riaprisse dopo calcio e sport all’aperto. E questo dà l’idea del suo valore (e della sua viltà). Che schifo.
