
{module Firma_redazione}C’è un’onda di persone che scrive lettere ai giornali e lancia appelli (incomprensibili e senza un cazzo di idea) alle folle disperate per esprimere la propria delusione (?) nei riguardi del sindaco e della sua maggioranza, colpevoli di aver fatto finora ben poco. È uno stato d’animo comprensibile, tra la gente, vista la pessima condizione in cui versa la città nonostante “le magnifiche sorti e progressive” della fusione. Peccato, però, che queste persone facciano fatica a capire che se la città ha preso una brutta piega è perché la politica è debole se non addirittura assente, avendo perso di vista le basi su cui si sarebbe dovuto reggere il progetto della città unica, per esercitarsi in cose da nulla, banali, frivole, nel tentativo (riuscito) di spostare l’attenzione dalla sostanza dei problemi (e dei principi) ai dettagli ininfluenti o influenti solo per qualcuno. Intorbidire le acque è sempre stato lo sport preferito dei politici, serve a far confusione, perché nel casino non si comprende più quali siano gli argomenti seri su cui dibattere e quali no. Per questo vogliamo chiarire meglio un punto, con un po’ di cattiveria, di civetteria e, perché no, d’immaginazione, riconducibile proprio al tema, noiosissimo ma di grande attualità, della fusione, che in tutti questi mesi è servito in realtà, a buona parte della nostra classe dirigente, a occultare la madre di tutti i problemi della nuova città: l’inesistenza di un’identità “comune” delle popolazioni che si sono fuse. Infatti, in tempi recenti, le popolazioni di questo territorio, nonostante leggi, referendum e elezioni abbiano sancito la nascita del comune unico, hanno purtroppo continuato con la loro vocazione a sentirsi prima di tutto coriglianesi e rossanesi, poiché hanno completamente escluso dal dibattito politico sulla città unica l’idea che per andare avanti insieme si deve avere una comune identità socio-culturale e una comune visione dei problemi del territorio. E conseguenza di questa carenza politico-culturale è che, al di là delle apparenze, per cui oggi ci sentiamo tutti parte della stessa comunità (anche se, non bisogna dimenticare, che una comunità è un insieme di individui liberi, uniti da un destino comune), continua purtroppo a esistere forte competizione tra le classi dirigenti dei due paesi, che alla fine non premierà nessuno, se l’obiettivo è quello di creare una città grande, moderna e competitiva. Quindi non è una sorpresa scoprire che oggi l’idea di essere cittadini di un unico comune più che culturale è solo burocratica (infatti, non si fa altro che parlare di finanziamenti, piante organiche, dislocazione degli uffici e altre bestialità del genere), e che proprio per questo su di essa insista soprattutto la classe dirigente della ex città di Rossano, che vivendo di burocrazia e servizi pensa alla grande città (da cui spera di ottenere, prima o poi, benefici e vantaggi senza il benché minimo sforzo) in maniera opportunistica, perché unica possibilità di sopravvivenza, dopo la chiusura del tribunale e il rischio concreto, oggi in parte scongiurato, come nel caso dell’INPS, di perdere altri uffici pubblici. Ezra Pound, che di politica doveva pur capirne qualcosa, diceva che “se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui”. Ciò vuol dire che se l’attuale classe dirigente della città non è disposta a mettere da parte i propri interessi personali e di bottega e lottare per costruire sul serio una comune identità cittadina, vuol dire che non vale nulla e bisogna che si levi al più presto dai piedi. Se invece, nonostante l’impegno di tutti, si dovesse arrivare al punto, com’è possibile che sia, che le due identità cittadine, forse perché troppo forti e troppo diverse per scomparire, restino inconciliabili, bisogna prenderne atto e come due coniugi che non hanno più nulla da dirsi procedere nell’unico modo possibile tra persone civili: la separazione consensuale. Tutto qua. È l’unico modo, una volta tanto, per trovare argomenti veri e interessanti, e non interessati, su cui discutere e basare un confronto politico degno di questo nome. Altro che appelli e lettere aperte.
