
{module Firma_redazione}Gentile direttore, in più occasioni lei ha scritto che giustizia fa spesso rima con immondizia, riferendosi soprattutto ai comportamenti disinvolti di certi magistrati del penale, che con troppa facilità giocano con la vita di tante persone, condannate ingiustamente alla galera. È ovvio che trattare delle persone come uno straccio indegno fa orrore. Tuttavia lei, che da anni punta il dito contro i magistrati dalle manette facili, forse perché il penale fa più notizia, trascura colpevolmente la giustizia civile (in cui comprendo anche quella tributaria e amministrativa), che, glielo garantisco, è un immondezzaio finanche peggiore di quello penale. Perché lì, caro direttore, non ci sono i riflettori del circo mediatico e i magistrati non sono i principali responsabili della barbarie giudiziaria cui assistiamo da anni, perché a dargli man forte, nello sconcio dei processi civili più lunghi d’Europa, ci sono anche gli avvocati, tra i quali, glielo garantisco, c’è qualche lestofante di troppo, di cui, però, si parla poco, anzi pochissimo. E questo è grave, perché, quello civile, a differenza del penale, è un aspetto della malagiustizia che pur facendo molti danni, spesso irreversibili, pensi ad esempio ai fallimenti, passa purtroppo inosservato, come se non interessasse nessuno, se non ai tanti che ne fanno le spese. Certo, ogni processo, anche civile, è difficile, ci mancherebbe, tuttavia diventa difficilissimo se prescinde dalla buonafede, dalle capacità, dalla logica degli avvocati e prosegue alla carlona quando qualche magistrato impreparato o in malafede ci mette del suo. L’ho scoperto sulla mia pelle, mi creda, quando, per via di un accertamento fiscale, mi rivolsi, insieme con un mio socio, a un grosso avvocato, che nella materia passava (e passa) per un fuoriclasse. Uno abile, spregiudicato, non c’è che dire, soprattutto nel cercare, negli atti del fisco, il cavillo procedurale che possa salvarti la pelle. Infatti, quando mi ricevette nel suo studio, mi spiegò tronfio che il mio caso era disperato ma risolvibile, perché, disse, in materia tributaria non esistono casi impossibili, considerando che il fisco commette sempre degli errori, basta solo cercarli e il gioco è fatto. Così, compiaciuto, mi propose un ricorso in commissione tributaria, per il quale, disse, occorrevano cinquemila euro di parcella, più altri mille per il contributo unificato, il tutto da dividere tra me e il mio socio. Soldi benedetti, pensai, confidando nelle capacità taumaturgiche del mio grosso grasso avvocato magno-greco, che tutti esaltavano, ma di cui io, purtroppo, non riuscii a vedere le doti, perché l’avvocatone, pur sapendo che il mio era davvero un caso difficilmente risolvibile, e volendo comunque raggranellare dei soldi, invece di cacciarmi dal suo studio con due parole, perché era una missione impossibile, contando sulla mia disperazione presentò un ricorso in autotutela, per la revoca dell’accertamento, di cui mi fornì copia, che non produsse alcun risultato e che, come comprenderebbe anche uno studente del primo anno di giurisprudenza, è tutt’altra cosa (poiché può presentarlo chiunque, senza alcuna spesa) rispetto al ricorso in commissione tributaria, che, ovviamente e alla faccia dei tanti soldi che gli diedi, non fu mai presentato, nonostante anche di questo documento ebbi copia (farlocca?). Fortunatamente, per me, me la cavai con l’arrivò della terza fase della rottamazione, che mi salvò la vita, senza l’aiuto di alcun luminare, evitandomi così di essere inguaiato dal fisco a causa di un cialtrone che ha agito con una leggerezza che dovrebbe allarmare e disgustare chiunque, a cominciare dall’ambiente forense per finire alle altre persone, di mia conoscenza, che stanno per cadere o sono già cadute nella trappola, di cui nei prossimi giorni spero che lei pubblichi le testimonianze che le ho fornito. Perché, caro direttore, di queste cose, di cui la giustizia e la stampa purtroppo se ne fottono, più se ne parla più si metterà questo signore e tanti altri azzeccagarbugli della stessa specie, che sono purtroppo tanti, nella condizione di non nuocere. È il modo migliore per evitare altri danni e bonificare quell’immondezzaio che è oggi la giustizia civile, altro che penale. Vedremo cosa accadrà. Grazie, suo P.P.
