Editoriali

Il Natale e la superiorità dell’Occidente

Un consiglio, una lettura, un regalo necessario, per mettere un po’ d’ordine e provare a capire chi siamo e di cosa parliamo quando diciamo che è l’Occidente a dare il “la”, nel bene e nel male, al pianeta, per provare a ricordarci che anche coloro che vorrebbero distruggerlo, l’Occidente, sono costretti a usare suoi prodotti: armi, banche, cellulari, tivù, computer, capitalismo e scienza, nonché ogni-ismo che periodicamente fa ribollire tutto. Un consiglio, una lettura, un regalo necessario, per mettere un po’ di ordine e provare a guardare all’anno che verrà senza eufemismi e chiamando le cose con il loro nome, magari attraverso un libro politicamente scorretto, scritto dal più autorevole sociologo delle religioni, Rodney Stark: La vittoria dell’Occidente. La negletta storia del trionfo della modernità. Un libro che comincia col demolire tutta la serie di balle con cui l’intellettuale sedicente progressista sega allegramente il ramo su cui sta seduto. Tra cui: a) i “secoli bui” non ci sono mai stati, al contrario si è trattato di un’epoca di notevole progresso e innovazione, compresa l’invenzione del capitalismo; b) i crociati non hanno marciato per conquistare terre e bottino, ma si sono indebitati fino al collo per quella che consideravano una missione religiosa sapendo cosa rischiavano (e i più non tornarono); c) nel XVII secolo non c’è stata alcuna “rivoluzione scientifica”, bensì il culmine di una marcia iniziata nel XII secolo con la fondazione delle università; d) la Riforma non ha portato alcuna libertà religiosa, anzi, le chiese protestanti erano più accentratrici e repressive di quella papista; e) l’Europa non si è arricchita depredando le sue colonie sparse per il mondo, semmai sono state queste a drenare ricchezza da essa, acquisendone pure i benefici della modernità. E così via. Stark ne ha per tutti. La Cina, per esempio, conosceva la carta e la polvere pirica, ma ci faceva aquiloni o giochi pirotecnici: nel 1517 i portoghesi trovarono una società arretrata e preda di frequenti carestie. Anche il potentissimo impero ottomano dipendeva dalla tecnologia europea per le flotte e gli armamenti; per il resto, doveva vivere di continue conquiste, depredazioni e lavoro di schiavi. E qui Stark non esita a demolire il più tenace dei luoghi comuni: lo “splendore della cultura islamica” mentre l’Europa marciva nell’ignoranza. In realtà gli arabi assorbirono le acquisizioni dei popoli conquistati e ridotti a dhimmi. “Era la cultura giudaico-cristiana greca di Bisanzio, sommata con il notevole sapere di gruppi eretici cristiani come i copti e i nestoriani, più le vaste conoscenze della Persia zoroastriana (mazdaica) e i grandi successi matematici degli indù (si tengano presente le antiche ed estese conquiste musulmane in India)”. Di più, “non solo i dhimmi furono all’origine della maggior parte della scienza e del sapere arabi, ma fecero anche la maggior parte delle traduzioni in arabo”. Il celebre califfo Al-Mansur che fondò Baghdad nel 762 si affidò ai progetti di uno zoroastriano e di un ebreo. Nel secolo precedente il califfo Abd al-Malik edificò a Gerusalemme la maestosa Cupola della Roccia grazie ad architetti e maestranze bizantine. Il famoso Avicenna era persiano, come pure Omar Khayyam e Al-Khwarizmi, padre dell’algebra. I più eminenti medici dell’impero musulmano erano cristiani nestoriani (e gli astrologi erano ebrei quando non addirittura pagani). E fu il cristiano nestoriano Hunayn ibn Ish.aq al-Ibadi (in latino noto come Johannitius) che “raccolse, tradusse, corresse e diresse la traduzione di manoscritti greci, soprattutto quelli di Ippocrate, Galeno, Platone e Aristotele, in siriaco e arabo”. Ma “quando, nel XIV secolo, i musulmani soffocarono qualsiasi forma di non conformità religiosa, l’arretratezza islamica divenne evidente”. Infatti, la scuola di pensiero islamico detta mutazilita (che noi definiremmo razionalista) giunse al culmine con i califfi abbasidi, ma poi prevalse il fondamentalismo ash’arita e la dottrina dell’imam Ibn Hanbal, che portò alla persecuzione dei “filosofi”. Ecco, dunque, l’importanza delle idee; meglio: di quelle religiose e della visione dell’uomo e del mondo che implicano. I numeri “arabi”, con lo zero, Leonardo Fibonacci (1175-1235) li apprese in Siria e in Egitto, ma li chiamò correttamente “indiani” e li diffuse in Europa, dove divennero oggetto di studio capillare, perfino di massa. Quando nel 1453 i turchi presero Costantinopoli, gli intellettuali bizantini emigrarono in Europa e portarono con sé tutte le opere degli antichi greci di cui gli europei conoscevano solo frammenti. E fu il Rinascimento, che addirittura rese organizzato e sistematico lo studio del greco (ancora oggi lo si impara nei licei), cosa impensabile nel mondo islamico. Sì, perché è la religione che forgia le mentalità. L’Occidente ribolle di idee, di invenzioni, fa tesoro di quel che impara, è continuamente proteso in avanti, ma solo perché la sua mente è stata formata dal cristianesimo. Basta guardare alle altre tradizioni per rendersene conto.