Editoriali

Dopo Bergamo, fuga dalla scuola media

Fateci caso, le scuole dove ci sono gli episodi di violenza, bullismo e disagio che più ci indignano sono le suole medie. E non solo per la giovanissima età dei ragazzi violenti che le frequentano, ai cui gesti e ai cui numeri non ci siamo ancora abituati, o per il caso della professoressa di lingue accoltellata nel bergamasco da un tredicenne di cui sappiamo poco, ma per i racconti sempre più numerosi e terrificanti, a proposito di ragazzini fuori controllo, che sentiamo fare da anni a chi insegna in quelle scuole. Insegnanti scoraggiati, mortificati, delusi, che spesso lanciano l’allarme, inascoltati, cercando i motivi di violenza, indifferenza e maleducazione incontrollate non solo nel web, che potrebbe anche essere un capro espiatorio, ma nel fallimento del nostro modello educativo e delle famiglie di appartenenza di questi ragazzi, che spesso li viziano, senza dargli alternative e porre limiti al loro agire, senza dargli un’educazione adeguata e un insieme di valori solidi e condivisi. Certamente motivazioni del genere potrebbero anche starci, visti i tempi, ma potrebbe anche esserci dell’altro, che a nostro avviso si potrebbe cercare nella scuola stessa e in particolar modo nel modello della scuola media unica, quella che, a partire dal 1962, per evitare discriminazioni con una selezione precoce, che spesso dipendeva dal ceto sociale e geografico, ha creato per i ragazzi un percorso comune obbligatorio fino all’età di 14 anni, quella che a questi ragazzi a un certo punto della loro vita ha deciso di far studiare, obbligatoriamente, materie che molti di loro rifiutano, detestano, ritenendole noiose, come storia, educazione civica, arte, geografia, musica, scienze naturali, e quindi far pensare a una scuola del tutto inutile e del tutto slegata dalla realtà. Da qui la facilità per cui un ragazzo che si annoia potrebbe sentirsi a disagio in una scuola che percepisce come inutile e quindi essere spinto a commettere, proprio per noia, gli atti di violenza, di vandalismo o di bullismo che leggiamo un po’ dappertutto. E allora cosa si dovrebbe fare? Forse si potrebbe tornare indietro nel tempo, quando la scuola media era altamente selettiva e differenziata per via di un “doppio binario” che separava gli studenti a soli 11-14 anni, spingendoli ad affrontare esami di ammissione per accedere alla scuola media di stampo classico o, più frequentemente, a iscriversi alle scuole di avviamento professionale, che erano istituti triennali che preparavano direttamente al lavoro, quindi prima dell’età consentita per il tirocinio, chi non proseguiva gli studi classici. Fino al 1962, i corsi di avviamento al lavoro si distinguevano per un orario quasi doppio rispetto alle medie tradizionali e avevano poche materie di base e tante materie tecnico-pratiche, cui i ragazzi si appassionavano più facilmente vista la loro utilità e il loro aggancio alla vita reale. Ciò potrebbe essere il motivo del fallimento della scuola media unica, dove non puoi bocciare un ragazzo se non studia Mozart o Dante, quando vorrebbe tanto studiare elettronica o seguire corsi di falegnameria. Per cui è paradossale che, mentre ci concentriamo su un’offerta scolastica obbligatoria che a molti ragazzi undicenni non piace, ignoriamo che quegli stessi ragazzi, che percepiscono la scuola come noiosa e inutile, a 11 anni si potrebbero ancora recuperare dandogli un mestiere, mentre difficilmente lo si potrebbe fare a 15, quando avranno già fatto le loro scelte, che scellerate o meno che siano, avranno comunque un forte impatto sulla società.