Editoriali

La Santelli concentrata nella giunta dei poliziotti ha trascurato la sanità

{module Firma_redazione}Da Jole Santelli, come primo atto da neopresidente della Calabria, ci saremmo aspettati qualcosa in più della nomina di un superpoliziotto ad assessore all’ambiente, poiché pensavamo che lei, donna intelligente, preparata e soprattutto coraggiosa, che sa cosa vuol dire attraversare e superare il tunnel della malattia nella regione più sgangherata d’Italia, cominciasse la propria esperienza da governatore mettendo in primo piano la vera piaga di questa regione: la sanità. Un settore, tra l’altro, che è profondamente intrecciato con la questione meridionale, poiché una regione, già infestata dalla più potente organizzazione criminale del mondo, con sprechi sanitari che si attestano intorno al 40% e quasi tutti gli ospedali altamente disfunzionali non va da nessuna parte. Altro che ambiente e reati ambientali. Ecco perché da anni la sanità calabrese opera in regime di commissariamento, che, affidato di recente a un ex generale dei carabinieri, è stato un vero e proprio disastro, poiché, anche in questo settore, è mancata la politica, che più che tirare a campare, magari affidandosi alla supplenza dei militari o dei magistrati, spesso poco propensi alla riflessione e al compromesso, quindi poco adatti alla funzione politica, dovrebbe pensare a riscrivere totalmente le regole del gioco, dimostrando di avere idee chiare e riformatrici in tale senso. Come fece, qualche anno fa, la Lombardia, in cui la sanità è avvertita come più efficiente grazie a una trasparente competizione fra pubblico e privato, nell’erogazione dei servizi, che ha messo sostanzialmente i conti in ordine nonostante “riceva” un gran numero di pazienti “migranti” da altre regioni, a cominciare dalla Calabria. Perché la concorrenza, nonostante le opinioni contrarie di qualche imbecille, non ha fatto schizzare in alto i costi. Anzi, ha stimolato anche l’efficienza delle strutture pubbliche. Certo non è pensabile che la riorganizzazione di quella merda che è oggi il sistema sanitario calabrese possa farsi in un giorno. Ma perlomeno alcuni nodi dovrebbero essere chiari sin dall’inizio, sin dall’esordio del nuovo presidente regionale, il quale nella sua prima conferenza pubblica avrebbe dovuto annunciare e quindi stimolare una soluzione forte e non più procrastinabile del problema, stante la potestà della regione in questa materia. Infatti, è impossibile costruire un sistema responsabile se non dal basso, come diceva, inascoltato, qualche tempo fa Giulio Tremonti, collega di partito della Santelli, il quale sosteneva che le Regioni sono “incentivate” a essere irresponsabili, perché spendono quattrini che non sono “raccolti” direttamente da loro. Ma l’irresponsabilità, nel mondo della salute, va estirpata soprattutto a livello delle aziende sanitarie, perché la cosiddetta “aziendalizzazione” degli anni ‘90 ha portato nella sanità un vocabolario privatistico, senza che vi entrasse quel sistema di pesi e contrappesi, di punizioni e premi, che sempre contraddistingue un mercato privato. L’ospedalità non statale è una componente importante del sistema, anche se “figlia di un Dio minore”: il sistema degli accreditamenti non è impermeabile a logiche discrezionali, e accade spesso che si immagini, per le imprese sanitarie private, il ruolo di galline cui sottrarre le uova d’oro. Il guaio è purtroppo che le aziende pubbliche non assomigliano abbastanza, a imprese private. Per esempio per quanto avviene con le regole di redazione del bilancio: le norme contabili sono ancora in conformità con i principi di contabilità pubblica, e non con quelli del diritto privato. Questa fa sì che mentre le aziende private sono tenute a presentare bilanci in regola col codice civile, i loro concorrenti pubblici ne sono esentati. Anzi, le norme per la redazione dei bilanci sono il risultato di un patchwork fra normative regionali e “schemi” suggeriti a livello nazionale. Questa è una situazione di scarsa trasparenza, che non favorisce certo il controllo della spesa, e determina l’ennesima disparità fra operatori pubblici e privati. La differenza è che i primi non devono fronteggiare il rischio del fallimento: sanno che verranno rifinanziati, come che siano stati gestiti. Ma allora che senso ha avuto “aziendalizzare”? E come da dove dovrebbe venire la virtù degli amministratori pubblici, in assenza di adeguati incentivi? Se non si responsabilizzano le singole strutture, è difficile che il sistema possa ritrovare la giusta via. O no, onorevole Santelli.