Editoriali

Vuoi vedere che c’entra anche la frustrazione?

{module Firma_Anton Giulio Madeo}Nonostante si voti nel 2018, qui in città si comincia già a sentire odore di campagna elettorale. Lo si percepisce dal fatto che proprio con l’avvicinarsi delle elezioni, sia aumentata la diffusione di notizie false e tendenziose, che possano influenzare l’opinione pubblica e in qualche modo orientare la scelta degli elettori. Non è una novità né una nostra esclusiva, poiché è un fatto comune a mezza Europa, tanto che molti paesi, a cominciare dalla Germania, si stanno attrezzando emanando leggi che possano limitare in numero e portata la proliferazioni delle cosiddette fake news, soprattutto sui social network e sulle testate online. Il timore comune è che la propagazione di notizie non veritiere possa essere determinante per l’avanzata di certi candidati e soprattutto dei partiti populisti. Una preoccupazione che da quanto emerge da una ricerca del dipartimento di psicologia della Freie Universität di Berlino, è sovrastimata, anche se da non sottovalutare. Come abbiamo appreso da questa ricerca le “fake news hanno una propagazione elevata, ma una pervasività limitata, almeno nella capacità di far cambiare un’opinione e/o una presa di posizione già elaborata”. I ricercatori hanno studiato il comportamento di circa mille persone (bilanciate per curriculum di studi, età, estrazione sociale), ponendoli di fronte a un flusso di notizie, dopo aver fatto esprimere il loro punto di vista su alcuni argomenti inerenti agli articoli e titoli presentati. Il 12 per cento non è riuscito a distinguere nel 70 per cento e oltre dei casi quali fossero le notizie vere da quelle false. Solo il 4,2 per cento ha però cambiato idea sull’argomento. La maggiore incidenza si è riscontrata nelle fasce meno istruite della popolazione. Il 39 per cento dei partecipanti alla ricerca ha avuto un margine di errore nella classificazione delle notizie compreso tra il 15 per cento e il 40 per cento, ma solo nel 3,9 per cento ha mutato la propria opinione. In questo caso però la differenza di istruzione non è stata discriminate. Gli errori di attribuzione sono stati più o meno simili per tutte le categorie di istruzione. A far commettere errori infatti più che la cultura generale è stato un’altro fattore: l’insoddisfazione personale. I soggetti che prima della ricerca si erano detti insoddisfatti o frustrati dalla loro vita lavorativa o sentimentale nel 94 per cento dei casi hanno preso come buone notizie da fonti palesemente inattendibili che contribuivano a giustificare il loro senso di frustrazione. “Nel processo di elaborazione del significato di una qualsiasi notizia alla capacità di comprensione della stessa si aggiunge una componente legata alla percezione di se stessi all’interno della società”, sottolinea la ricerca. “Più quest’ultima è distante dalla considerazione che si ha di se stessi, più è facile incorrere nel rischio di una lettura acritica delle notizie nella quale si escludono qualsivoglia sistema di classificazione e accertamento di quanto si legge o si apprende. In questo panorama una notizia dello Spiegel avrà la stessa importanza del blog sonotuttecavolate.com”. In questo modo le fake news “non fanno altro che animare l’insoddisfazione di gente insoddisfatta, pur non determinando un cambiamento nelle opinioni già precedentemente elaborate”. Lo studio, sicuramente interessante, ha a nostro avviso una lacuna: non ha tenuto conto anche dello stato mentale e psicologico di chi le fake news le costruisce e le diffonde. Perché se avesse analizzato anche questa categoria sarebbe venuto fuori che lì, probabilmente, la percentuale di insoddisfatti o frustrati, nella loro vita lavorativa e sentimentale, sarebbe stata molto alta. E noi, qui, ne sappiamo qualcosa, sennò come si spiega l’accanimento e la cattiveria con cui tante persone sui social (e non solo) si scagliano contro gli appartenenti alla nostra classe dirigente? Sarebbe un bene che su queste cose, quanti hanno a cuore il futuro di questa città, iniziassero a discutere senza tabù.