Editoriali

Ecco chi sta uccidendo le nostre banche

{module Firma _Federico Kliche de La Grange}E’ difficilissimo, dal punto di vista di un imprenditore che intraprende e rischia di suo, e che a volte ci perde dei soldi, capire il dibattito sulle cosiddette sofferenze bancarie, che tutti, a cominciare dai nostri governanti, dicono che vadano eliminate dai bilanci degli istituti di credito. E’ un dibattito serio e nello stesso tempo incomprensibile, poiché deriva dagli altrettanto seri e incomprensibili libri sacri dell’Unione Bancaria e da Basilea 1-2-3. Per cui sarebbe importante, se non necessario, capire in realtà cos’è una sofferenza. Intanto, se una banca, in base alle nuove, ultrarestrittive regole (questa è la vera austerità dei nostri tempi, non certo il far quadrare i conti dei governi) è costretta a iscrivere a sofferenza un credito perché – ad esempio – un cliente paga una volta in ritardo una rata di mutuo, è del tutto evidente che a sofferenza ci finisce di tutto, anzi, ci finisce quasi tutto. Si capisce che si parli addirittura di 300/400 miliardi di euro per le sole banche italiane: sotto queste ipotesi, figlie di una frenesia regolatoria (quelle europea) che muove da una (irrealistica) prospettiva di rischio zero, qualunque intrapresa tende a collocarsi a un livello troppo elevato rispetto al già elevatissimo livello di rischio di riferimento, per cui la possibilità di finanziarla passa solo attraverso la disponibilità di capitali corrispondenti. O meglio, conviene non finanziarla affatto (detto volgarmente: le banche danno i soldi solo a chi non ne ha bisogno). Questa è la vera ragione della stretta del credito degli ultimi anni, non certo la mancanza di denaro (c’è qualche buontempone che dice così), o le cosiddette “difficoltà di trasmissione della politica monetaria all’economia reale”. Questa è fuffa. La verità è che una banca, soggetta per le già citate nuove normative a prestare soldi solo a rischio zero, preferisce non prestarli. Quanto sia pervasiva la cultura del rischio zero lo spiega Simona Morini autrice per Bollati Boringhieri del saggio Il rischio: da Pascal a Fukushima: viviamo in una società che, con l’obiettivo di eliminare ogni rischio, perpetua ansie preventive per il futuro, dai terremoti, alle catastrofi naturali passando per i disastri nucleari. È una cultura deleteria, un modo per togliersi la responsabilità. E ciò, anche di più, vale per la finanza. La conseguenza diretta è che solo lo Stato – sempre più etico – vale la pena di essere finanziato, quindi può operare e redistribuire secondo le sue logiche (sic). E ciò non in virtù della sua solvibilità, che evidentemente, in primo luogo per l’Italia non c’è più, ma solo perché garantito da una istituzione internazionale, la Banca Centrale Europea, dotata di risorse pressoché infinite, che peraltro si è iniziato già a intaccare con il QE. Questo però corrisponde di fatto a una enorme distruzione e a un trasferimento di ricchezza. Infatti, le banche da cui i governi sono usciti e i loro azionisti, anch’essi privati, si trovano costretti da una parte a finanziare il debito sovrano, dall’altra a smobilizzare gli assets relativi al credito a imprese e famiglie in cambio di qualche nichelino e a iscrivere abissali perdite nei loro bilanci – e questo, certo non per politiche dissennate del management spesso ipotizzate dalla magistratura, che di queste cose non capisce nulla, ma perché sostanzialmente obbligate a ridurre drasticamente il grado di rischio del loro portafoglio crediti. E a chi si possono vendere questi “pacchetti” di crediti così rischiosi che nessuno vuole? Ma alla finanza speculativa, agli Hedge Funds ovviamente! Che invece, hanno capito tutto e che faranno palate di soldi recuperando buona parte degli stessi crediti che nessuno voleva e che avranno pagato pochissimo (a titolo di esempio, la cartolarizzazione dei crediti del Banco di Napoli al tempo dell’acquisizione da parte di Banca Intesa ha comportato un recupero dell’85% del nominale, fonte Milano Finanza). La cultura dominante, decadente e socialisteggiante, di questi tempi postmoderni raggiunge quindi il risultato di depauperare il motore proprio del benessere incarnato nell’economia reale e di arricchire ulteriormente i ricchissimi della finanza speculativa. Sempre lamentandosi che tutto va male. E, così, alla fine, tutto si tiene.