Editoriali

Pugni, schiaffi e calci non fermano Geraci e la democrazia

{module Firma_Anton Giulio Madeo}Leggo qua e là che Fabio Buonofiglio è stato rinviato a giudizio per istigazione a delinquere nei confronti di Giuseppe Geraci, accusato, quand’era sindaco di Corigliano, di aver lasciato senz’acqua, a ridosso di Natale, un quartiere dello Scalo e per questo, secondo Buonofiglio, meritevole di essere preso “a pugni, schiaffi e calci” dai coriglianesi. Non v’è dubbio che l’intervento del direttore di Altre Pagine sia stato l’ennesimo processo mediatico intentato alla politica, sulla base di argomenti banali, nel quale i politici, Geraci in testa, vera ossessione di tanti, sono stati indicati come il male assoluto da esporre sulle prime pagine dei giornali senza una ragione che sia diversa dallo sputtanamento, quando in realtà il vero male di questo territorio, quello che non fa crescere il capitale sociale e tiene lontano gli investimenti, sono la mafia e i mafiosi (e i loro metodi), verso i quali mai i nostri coraggiosi giornalisti hanno istigato la gente ad aspettarli sotto casa per prenderli “a pugni, schiaffi e calci”, magari in nome dell’unica palingenesi possibile del Sud. E’ ovvio che siamo in presenza di un fatto gravissimo, perché attraverso gli insulti e le risse verbali l’informazione, sempre che ancora la si possa chiamare così, indica che la politica è in ostaggio di un giustizialismo rudimentale e straccione, che, stuzzicando la meschinità della folla e esaltando i peggiori istinti dell’uomo (tipo ignoranza, invidia, frustrazione, rabbia, violenza gratuita e cretineria), ha diffuso una diffidenza profonda nei confronti della democrazia rappresentativa, che così perde autorevolezza, credibilità ed efficacia, a tutto vantaggio di poteri non elettivi e incontrollabili, come le congreghe più o meno occulte, l’imprenditoria speculativa e le professioni più spregiudicate, le burocrazie e le tecnocrazie (e il processo di fusione, sempre più in mano a questi soggetti, purtroppo ce lo insegna), verso cui la stampa libera dovrebbe essere molto vigile e diffidente. Fortunatamente lo ha capito Geraci, che con le sue denunce (tendenti anche a tutelare la propria dignità) ha saputo reagire a questa forma d’imbarbarimento, sotto cui si nasconde la completa assenza di un confronto di idee in merito a questioni concrete, poiché la voglia di semplificare le situazioni più complesse e il desiderio di trovare una bandiera quale che sia (riconoscendo i propri “amici” e i propri “nemici”) hanno posto le premesse per contrasti, duri nella forma e insignificanti nella sostanza, che, a colpi di sputtanamenti gratuiti e processi mediatici, rischiano di mettere in discussione i principi del nostro stato di diritto. Per ragioni che vale la pena citare, la scelta di un giornale di additare il sindaco di una città come il male assoluto o una minaccia per la democrazia, incitando la folla alla violenza, arriva in un momento in cui al centro del dibattito pubblico è tornato uno dei grandi temi della nostra democrazia: la legittimità di nascondere dietro al diritto di critica il diritto allo sputtanamento. E’ la diagnosi sul cortocircuito mediatico giudiziario, condivisa da molti, che però continuano a non capire perché i giornali non la smettano di alimentare il circo mediatico. Così scopriamo che c’è chi ha fatto della gogna una propria linea editoriale e ovviamente sospenderla equivarrebbe a sospendere le pubblicazioni e chi, in passato, avendo fatto del processo mediatico un proprio tratto distintivo difficilmente saprebbe sottrarsi dal gioco del circo mediatico, perché porterebbe a disorientare alcuni lettori cresciuti con l’idea che fare giornalismo significhi solo sputtanare. Ci sono tante ragioni, poco nobili a nostro modo di vedere. Ma sotto sotto, se vogliamo proprio sforzarci di non vomitare quando parliamo di gogna mediatica, c’è una ragione che potrebbe essere considerata a prima vista (solo a prima vista) sincera e significativa ed è sintetizzabile con un concetto assai diffuso: la nostra opinione pubblica ha ormai sostituito la stampa alla giustizia, per cui vuole celebrare sui giornali i suoi speciali e barbari processi sommari, giusto per evitare che quelli che decide siano possibili colpevoli (i politici) possano farla franca, e non solo in senso giudiziario, ma anche elettorale. La ragione per cui molti giornali si rifiutano di combattere davvero il processo mediatico è dunque anche questa. L’opinione pubblica, sempre più barbara e arrabbiata, vuole farsi giustizia da sola, a colpi di fantastiche condanne morali che devono maturare velocemente all’interno di un codice di procedura penale straordinario utilizzato dal circo mediatico in modo ormai lineare: se sei un politico, che a Natale lascia senz’acqua un intero quartiere, sei automaticamente un politico colpevole, quindi da linciare; se sei un politico che subisce una normale ispezione del ministero dell’interno per infiltrazioni mafiose, sei automaticamente un criminale e un mafioso a prescindere dal risultato (positivo per il politico) dell’ispezione, quindi vai massacrato. Ma ci chiediamo: si può andare avanti così oppure c’è lo spazio politico e il tempo utile per risanare e restaurare la democrazia? Ne dubito, perché abbiamo classi dirigenti, compresi molti giornalisti forse inconsapevoli dei danni che causano, irresponsabili, che non si preoccupano affatto del deterioramento della civiltà politica e quindi delle capacità decisionali, forse perché sono conniventi e interessati a un’operazione che utilizza le forze distruttive della demagogia giustizialista (compresi gli utili idioti della stampa) per favorire un approdo oscuro, tecnocratico o burocratico, che non infastidisca i manovratori. Può darsi che questa impressione sia sbagliata, che alla fine la vitalità della democrazia trovi le forme per riconquistare il primato che le spetta, quello che la Costituzione chiama sovranità popolare. C’è da sperarlo, perché la sovranità giustizialista, appoggiata da agitazioni demagogiche, ha immense capacità distruttive, che tutti possono vedere, ma non è in grado di offrire soluzioni positive a nessuno dei problemi citati, compreso quello della tutela della libertà e dello stato di diritto.