Editoriali

Provate a spiegare a questi giovani cretini l’importanza del capitale sociale

{module Firma_Edilberto de Angelis}Leggo sulla locandina di un quotidiano locale un titolo idiota, uno dei tanti, che celebra la ventata di novità e volti nuovi che si starebbe preparando in vista delle prossime elezioni comunali. Ora, se è fuor di dubbio che ci sia una maggiore partecipazione di “volti nuovi” alla vita politica cittadina, ciò non vuol dire che questo impegno sia caratterizzato da maggiore qualità e idee nuove, poiché ciò che leggiamo, sulla stampa, ha spesso contenuti avvilenti e inconcludenti, basati ancora su slogan, argomenti e metodi della vecchia politica. Infatti, ascoltando le parole di questi “volti nuovi” o seguendone i comportamenti, si scopre che essi, forse non avendo null’altro da dire, rivolgono molte attenzioni a questioni stravecchie e secondarie, banali, inutili, come le infrastrutture e i trasporti (da finanziare con denaro pubblico e con cui pensano di rilanciare, alla vecchia e fallimentare maniera, l’economia locale), facendo così passare in secondo piano quella che, per un volto nuovo, dovrebbe essere la principale emergenza di questo territorio: la minore dotazione di “capitale sociale”. Quella grandezza intangibile che ha a che fare con il senso civico dei cittadini, con la fiducia verso gli altri, con la partecipazione alla vita comunitaria. Una grandezza difficile da definire quando c’è, è più facile vederne gli effetti quando manca: basta l’esperienza pratica che tutti possono fare del modo di funzionamento della nostra società; che spesso conferma questa grave carenza. Non ho alcuna intenzione né ambizione di passare in rassegna la sterminata letteratura sociologica ed economica che si è occupata di capitale sociale. Quel che conta è che, per ragioni le cui radici affondano nella storia anche remota, esso è meno robusto al Sud che al Nord. Lo conferma un recente rapporto della Banca d’Italia, che ha anche indagato le ragioni storiche di questo divario e ne ha misurato gli effetti sul minore sviluppo economico del Sud, trovandoli molto rilevanti. Ma alla domanda: se il fenomeno è radicato e antico, vuol dire che non c’è niente da fare? ha risposto di no. Il capitale sociale di una comunità può cambiare senza che passino secoli, non è solo l’eredità immutabile del passato. E’ difficile farlo cambiare, questo sì. E’ maledettamente difficile, ma bisogna provarci. E’ un dovere farlo. Dovere dei nuovi ceti dirigenti, in particolare. Come? Intanto facendo leva sui cambiamenti già avvenuti. Sì, perché qui vi sono isole felici di buona impresa privata e di buona amministrazione pubblica, accanto a isole infelicissime in cui impresa e amministrazione fanno schifo. Le ragioni di queste diversità vanno analizzate e se ne può fare il fulcro di un’azione pubblica volta a irrobustire l’esile capitale sociale del nostro territorio, specialmente lì dove ce n’è più bisogno. Le politiche degli enti pubblici che offrono servizi universalistici sono fondamentali. La qualità dei servizi pubblici dipende certo dal civismo di chi li eroga e dei cittadini-utenti, ma è anche vero il contrario: se la qualità migliora anche l’ambiente civico migliora. Ecco perché l’amministrazione di una grande città, quando disegna una politica generale, deve anzitutto affidarsi a funzionari e dirigenti che siano in grado di evitare che quella politica possa avere una scarsa efficacia, magari diversa da zona a zona. Come? Incentivando quelle persone a far bene, o scoraggiarle dal far male, attraverso le retribuzioni nette, le carriere, lo status sociale. Ovviamente azioni di questo tipo sono tanto più efficaci quanto più sono esercitate con continuità, coerenza e vigore. C’è un’importante asimmetria: gli incentivi (sussidi, bonus retributivi, sgravi fiscali) fanno guadagnare voti, i disincentivi (costi aggiuntivi, decurtazioni retributive, sovrappiù fiscali) li fanno perdere; peccato che i primi siano costosi per le casse comunali, i secondi no. Anche quando i disincentivi colpiscono pochi furbi, che fanno il mio danno con i loro comportamenti scorretti, io oriento il mio voto non contro i furbi ma contro l’amministrazione pubblica che li colpisce, perché domani potrebbe toccare a me essere nel mirino, quindi è meglio lasciare tutto com’è. Questo riflesso culturale ed elettorale è molto comune, lo esibiscono anche persone insospettabili della nostra classe dirigente, soprattutto qui da noi. E’ una constatazione di debolezza, del nostro ceto dirigente, che non può essere ignorata se vogliamo essere realisti. Comunque una soluzione tecnica, anche compromissoria, per contemperare le esigenze di efficienza nel lungo periodo con quelle elettorali di breve termine si può trovare. Dove la politica e i politici di nuovo corso devono invece esibire coraggio e determinazione è nella lotta all’illegalità. Sappiamo che qui l’illegalità diffusa, in particolare i lavori pubblici, l’abusivismo edilizio e la corruzione, è molto più presente che altrove. Qui non è più solo questione di incentivi o disincentivi ex ante, è anche e soprattutto questione di sanzioni, sia contestuali sia ex post. Sanzioni serie, applicate con sistematicità e severità. Condanne penali ma anche sanzioni civili. Occorre veramente un salto di qualità nella risposta degli apparati comunali, sia ordinari che repressivi. Perché noi, in fondo, quel che vogliamo è la città delle imprese di successo, della gente premurosa e accogliente, delle strade pulite, dei servizi pubblici efficienti, della sicurezza. Si può fare, purché si tenga sempre presente che non stiamo parlando solo di economia: il nostro progresso è insieme politico, civile e culturale e deve provenire da un’analisi seria di un’economia, una società, una storia politica, in cui nessuno può dire di avere la verità in tasca, in cui nessuno può distribuire il vero e il falso come fossero gettoni. Quindi anche una vicenda antica e complessa come quella della nostra carenza di “capitale sociale” non può essere affrontata con affermazioni inconfutabili. Vi è una differenza percepibile a occhio nudo fra le due categorie che citavo all’inizio: da un lato, le analisi serie, disseminate di dubbi; dall’altro, i proclami, quelli che si basano solo sul “sentito dire”, quando non sui propri fantasmi personali. Le prime richiedono tempo, intelligenza, disponibilità alla critica (costruttiva). I secondi sono effimeri, ciechi, insofferenti di qualunque obiezione. Bisogna liberarsi di questi ultimi, da qualunque parte provengano, se si vuole avanzare anche solo di un passo.