Editoriali

Il caso Buonofiglio e la patetica lettera della giovane indignata

{module Firma _Teodoro F. Klitsche de La Grange}Colpirne uno per educarne nessuno: che applicato all’omicidio Longobucco e al fenomeno mafioso significa colpire Fabio Buonofiglio, per educarne probabilmente nessuno. Questa è la morale della patetica lettera che una ragazza di Corigliano ha scritto al direttore di Altrepagine, per manifestare la propria indignazione verso la pubblicazione di un’altra lettera, in cui una donna coriglianese ha presentato il boss appena ucciso come persona coerente e tutto sommato con una propria umanità. Fine del riassunto, che però fa già capire molte cose. In attesa di capirne altre, apprendiamo che qualche giovinastro, in queste ore, tra una festa e l’altra, sta cercando di indignarsi per la presenza mafiosa sul nostro territorio. E’ la scoperta dell’acqua calda, poiché non c’è giovane che a parole non l’abbia già detto, solo che, crescendo, questi giovani hanno poi dimenticato tutto, compresa la coerenza. Quella che ha contraddistinto la vita di Longobucco, appunto. Da qui la prima domanda: a che serve tutto ciò? E soprattutto, a che serve prendersela con le persone sbagliate? Noi lo sappiamo, a che serve: a un cazzo, e perdonate se usiamo una parola così forte. Se i giovani fossero per davvero disgustati, coraggiosi e coerenti, la loro indignazione e il loro disgusto dovrebbero indirizzarli alle persone giuste e cioè ai membri della classe dirigente locale, cui magari appartiene la famiglia della giovane lettrice di Altrepagine, che da anni, a differenza di Buonofiglio, si lasciano sottomettere da uomini dal livello culturale e morale bassissimo. Uomini che seppur apparendo scaltri, inafferrabili, geni del male, diabolici e, spesso, ricchi, in realtà valgono poco. Ce ne rendiamo conto ogni qualvolta abbiamo a che fare con un mafioso. Sei sconcertato dal trovarti di fronte uomini dai modi rudi, abilissimi a commettere reati odiosi, che magari non sanno leggere e scrivere e che spesso per scelta conducono esistenze miserabili, primitive, magari in campagne mal coltivate, in case orrende, male arredate, senza alcuna traccia di lusso, zero confort, nessun simbolo del potere attribuitogli, che è quello di boss che, facendo cagare sotto fior di galantuomini, dominano interi territori, determinandone i tragici destini. Come avviene al Sud, in generale: una miniera d’oro non sfruttata per imbecillità e codardia della classe dirigente, dove, con uomini, coste, paesaggi, intelligenze e cultura eccellenti, è sorprendente rilevare come la gente muoia di fame o campi di espedienti, in certi casi criminali, e di impiego pubblico, il che è lo stesso, giacché gli investimenti privati se ne stanno alla larga, proprio a causa di una criminalità efferata. Dicono che la mafia sia un fenomeno da interpretarsi in chiave storica. Forse è vero, ma oggi a me sembra una faccenda di cui più che gli storici si debbano occupare magistrati, carabinieri e soprattutto psichiatri, che dovrebbero analizzare la nostra classe dirigente, che da anni non riesce a rispondere al quesito più inquietante che la criminalità organizzata pone all’intero Sud, che è il seguente: se i capi della mafia sono ignoranti, cafoni e spietati come appaiono, perché sono in grado da lustri e lustri di farla franca e sottomettere intere aree del nostro territorio, impoverendole? Ciò è forse il segno che nessuno ha mai pensato di combatterla seriamente questa criminalità e tutto ciò sembra paradossale, perché se la mafia, com’è scritto nei racconti dei mafiologi, ha la testa dei boss che abbiamo conosciuto, allora vuol dire che tanto difficile da mozzare non dovrebbe essere. Per cui la conclusione è solamente una: se uomini così bassi riescono da tanto tempo a tenere in pugno un territorio vastissimo e a sfuggire alla giustizia, significa che coloro i quali li combattono invano sono più bassi ancora. Così come risulta di basso livello il fatto che seppur siano trascorsi tantissimi anni da quando il fenomeno mafia ha cominciato a interessare pesantemente il Sud, siamo ancora qui a discuterne negli stessi noiosi modi. Ciò vuol dire che il bandolo della matassa è introvabile. Gli esperti si imbrigliano in dibattiti sterili. Servizi televisivi. Ricostruzioni giornalistiche lacunose. Libri su libri. Analisi politiche approssimative. Un oceano di parole inutili in cui la verità affoga. Come qui da noi, dove negli ultimi giorni tiene banco il solito omicidio eccellente, forse voluto da chi intende mettere le mani sul territorio, chi lo sa. Roba vecchia e noiosa, di cui tutti hanno memoria. Verità o bugie? A dire il vero non ce ne frega un cazzo. Vorremmo soltanto che la criminalità organizzata smettesse di essere argomento retorico, di cui molti saccenti della nostra classe dirigente si servono per far passare l’idea che la mafia è un piccolo problema e che loro con la mafia non c’entrano e che almeno due terzi della società meridionale sono perbene, poiché ignorano malcostumi e nefandezze della criminalità. Quest’aspirazione della maggioranza dei calabresi di non essere confusa con una minoranza che delinque su “scala industriale” pur essendo legittima non è condivisibile. Dicono, che insistere nel mettere a fuoco una questione marginale, per quanto grave, quale la mafia, contribuisca allo sputtanamento di tutto il Sud, dipinto all’esterno come un nido immenso di vipere dove trovare un onesto è impresa sovrumana. È vero, ma è anche vero che il vivaio della mafia è qui ed è qui che bisogna agire per eliminarlo e se la classe dirigente locale fa poco o niente per ripulire queste acque vuol dire che in qualche modo ne è complice. Ecco perché fanno bene coloro i quali dicono che questo è un affare tutto nostro, che possiamo sbrogliare solo noi, meridionali. Anche se, con la classe dirigente che ci ritroviamo, difficilmente ci riusciremo. Forse perché vogliamo che prevalga lo status quo, che in fondo fa comodo a tutti, giovani indignati compresi. Perciò, ce lo teniamo. Noi, scribacchini, per ora, non ci possiamo fare niente, al di là di qualche articolo politicamente scorretto, compresa la pubblicazione di lettere come quella ricevuta da Altrepagine. Perciò auguri e felice anno nuovo.