
{module Firma_direttore}Ma perché ce la raccontiamo? La vigilia dei ballottaggi, soprattutto di quello di Rossano, dice più della passione politica di alcuni giornalisti locali, compresi quelli a busta paga, che non di quella degli elettori. I quali, nonostante le parate di carta e i politologi improvvisati (che ormai hanno rimpiazzato gli allenatori da bar sport, in via d’estinzione nonostante gli europei), che, invece di parlare di programmi e idee per la crescita delle città, spiegano sostanzialmente di quali e quante porcherie (e alleanze) si sarebbero sporcate le mani dei candidati, delle elezioni amministrative se ne fregano, consapevoli come sono che alla fine saranno elezioni inutili o al massimo buone solo per qualche cambio di poltrona. Perciò, sai che sovvertimento.
Infatti, sui giornali, e nei bar, dove molti ancora prendono sul serio elezioni e rielezioni, è facile trasformare chessò, un candidato sconfitto per pochi voti in un futuro leader del territorio, magari boicottato perché onesto o perché ha difeso l’ospedale unico o quella schifezza di tribunale giustamente soppresso o addirittura scagliarsi contro altri candidati, diventati favoritissimi, perché sarebbero figli di papà, con qualche vizietto di troppo, o perché amici di imbarazzanti palazzinari.
Trovo tutto ciò folle. Una politica ridotta così è straziante. E anche se a molti potrebbe star bene questa visione demenziale e cialtrona della politica, l’importante è che non ce la raccontino troppo: nel senso che non devono far passare la storiella che con i candidati giusti la gente tornerà a votare, così come non è vero che non lo farà per le inchieste della magistratura o che è tutta colpa dell’antipolitica: più banalmente, la gente vota sempre di meno, in generale se ne fotte di più, perché è convinta che la politica non stravolgerà più di tanto la loro vita. Perché, tra le altre cose, la gente sa che i comuni sono falliti: hanno le casse vuote e ogni neo-sindaco passerà da propositi anche belli e nobili all’impresa ben più ardua di pagare gli stipendi ai dipendenti, e garantire l’esistente come dei servizi pubblici decenti, non troppe buche per strada, montagne di rifiuti che non oltrepassino le palazzine e un minimo di sicurezza in più.
Questo da una parte. Dall’altra ci sarà da sostituire qualche sacca clientelare negli assessorati e negli uffici tecnici, fare buon viso a qualche scandaletto che emergerà nel frattempo, naturalmente difendersi dalle accuse sempre più personali e insultanti delle opposizioni. Sarà nient’altro che questa la grande guerra per le comunali: nella migliore delle ipotesi si tradurrà nella conquista di un potere trascurabile (perché mancano i soldi) utile a piazzare un po’ di gente o a portare a casa qualche affare, possibilmente lecito. Niente di più e niente di nuovo. E’ la democrazia bellezza mia.
