
{module Firma_direttore}Ha fatto scalpore, nei giorni scorsi, la notizia dell’arresto di dodici dipendenti assenteisti dell’ASP di Cosenza in servizio nelle strutture sanitarie di Rossano. L’operazione, condotta dalla Guardia di Finanza, non ci sorprende, poiché i controlli nella pubblica amministrazione, per scovare i furbetti, rispondono a logiche di buonsenso, poiché è assurdo retribuire un lavoratore che magari fa timbrare da altri il proprio cartellino. Quel che invece ci stupisce è che tutto questo baccano potrebbe non produrre effetti se non sarà accompagnato da un più generale ripensamento della funzione pubblica e del ruolo dello Stato.
Preoccuparsi che un lavoratore comunale o regionale si rechi in ufficio è importante, ma non basta. Tempo addietro un noto industriale non mancava di sottolineare come il cartellino attesti il fallimento di un’organizzazione produttiva, la quale è incapace di giudicare sulla base dei risultati e si limita a verificare che il dipendente sia almeno un certo numero di ore in azienda. Andare al lavoro è il minimo, ma non basta, poiché quello che conta è produrre servizi utili e partecipare attivamente al processo lavorativo.
Per giunta, nella pubblica amministrazione dietro all’assenteismo cronico c’è tutta una connivenza tra uomini politici e alti funzionari che non si risolve con l’arresto e poi il licenziamento (pur necessario) di qualche impiegato. Solo se si interviene seriamente su tale questione, di carattere molto più generale e di portata assai ampia, è possibile invertire veramente la rotta.
La prima cosa da fare, allora, è rivalutare il privato a scapito del pubblico, riducendo la sfera di quest’ultimo. Periodicamente ci viene detto – e non è fonte di sorpresa – che i dipendenti del settore pubblico totalizzano molte più assenze di quelli del settore privato: secondo un recente studio di Confindustria, il dipendente statale medio realizza 19 giorni di assenze retribuite, e cioè 6 in più rispetto a quanto rilevato in un gruppo di dipendenti privati paragonabile.
Cambiare si può, allora, ma esige che il rigore sia accompagnato da ben altro. Perché si deve soprattutto accettare l’idea di restringere l’area controllata da politici e burocrati, cedendo ai privati alcuni servizi pubblici e allargando la concorrenza in settori storicamente gestiti in monopolio. C’è da creare più spazio per il mercato, così che inizi a cambiare pure la mentalità di quanti operano nel pubblico. Ma in questo momento mi sembra che tutti vadano nella direzione opposta, che è quella di rinviare a chissà quando ogni vera privatizzazione.
